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<body><head>Il Castello dei destini incrociati</head><div1>
<head>Il castello</head>
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<p>In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti.</p>
<p>Passai per un ponte levatoio sconnesso, smontai di sella in una corte buia, stallieri silenziosi presero in consegna il mio cavallo. Ero senza fiato; le gambe mi reggevano appena: da quando ero entrato net bosco tali erano state le prove che mi erano occorse, gli incontri, te apparizíoni, i duelli, che non riuscivo a ridare un ordine né ai movimenti né ai pensieri.</p>
Salii una scalinata; mi trovai in una sala alta e spaziosa: molte persone – certamente hanch9essi ospiti di passaggio, che mlavevano preceduto per le vie della foresta – sedevano a cena attorno a un desco illuminato da candelieri. Provai, al guardarmi intorno, una sensazione strana, o meglio: erano due sensazioni distinte, che si confondevano nella mia mente un po’ flut-tuante per la stanchezza e turbata. Mi pareva di trovarmi in una ricca corte, quale non ci si poteva attendere in un castello così rustico e fuori mano; e ciò non solo per gli arredi preziosi e i ceselli del vasellame, ma per la calma e l’agio che regnava tra i commensali, tutti belli dì persona e vestiti con agghindata eleganza. E nello stesso tempo avvert&iacute; vo un senso di casualità e eli disordine, se non ad-dirittura di licenza, come se non d’una magione signorile si trattasse, ma d’una locanda di passo, dove persone tra loro sconosciute, di diversa condizione
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e paese, si trovano a convivere per una notte e nella cui promiscuità forzata ognuno sente allen-tarsi k regole a cui s’attiene nel proprio ambiente, e – con-le si rassegna a modi di vita meno conforte-voli – così pure indulge a costumanze più libere e diverse. Di fatto, le due impressioni contrastanti potevano ben riferirsi a un unico oggetto: sia che il castello, da molti anni visitato solo come luogo di tappa, si fosse a poco a.poco degradato a locanda, e castellani si fossero visti relegare al rango d’oste e di ostessa, pur sempre reiterando i gesti della loro ospitalità gentilizia; sia_ che una taverna, come spesso se ne vedono nei pressi dei castelli per dar da bere a soldati e cavallanti, avesse invaso – es-sendo il castello da tempo abbandonato.,-:. le anti-che sale signorili per installarvi le sue panche e i suoi barili, e d fasto di quegli ambienti – e insieme il va e vieni d’illustri avventori – le avesse conferi-to un’imprevista dignità, tale da riempire di grilli la testa dell’oste e dell’ostessa, che avevano finito per credersi i sovrani d’una corte sfarzosa. Questi pensieri, a dire il vero, non m’occuparo-no che per un istante; più forte era il sollievo a ri-trovarmi sano e salvo in mezzo a un’eletta compa-gnia, e l’impazienza d’intrecciare conversazione (a un cenno d’invito di colui che sembrava il casella-no – o l’oste – m’ero seduto all’unico posto rimasto libero) e scambiare con i compagni di viaggio i re-soconti delle avventure trascorse. Ma a questa mensa, a differenza di ciò che sempre avviene nelle locande, e pure nelle corti, nessuno profferiva pa-rola. Quando uno degli ospiti voleva chiedere al vi-cino che gli passasse il sale o Io zenzero, lo faceva con un gesto, e ugualmente con gesti si rivolgeva ai servi perché gli trinciassero una fetta del timballo di fagiano o gli versassero mezza pinta di vino. Deciso a rompere quel che credevo un torpore 11 castello delle lingue dopo le fatiche del viaggio, feci per sbottare in un’esclamazione clamorosa come: «Buon pro!» «Alla buon’ora l » «Qual buon vene to! E ma dalla mia bocca non usci alcun suono. Il tambureggiare dei cucchiai e l’acciottolìo di coppe e stoviglie bastavano a convincermi che non ero diventato sordo: non mi restava che supporre d’essere muto. Me lo confermarono i commensali, muovendo anch’es’si le labbra in silenzio con aria graziosamente rassegnata: era chiaro che la traver-sata del bosco era costata a ciascuno di noi la per-dita della favella. Terminata la cena in un mutismo che i rumori della masticazione e gli schiocchi nel sorbire il vi-no non rendevano più affabile, restammo seduti a guardarci in viso, con l’assillo di non poterci scam-biare le molte esperienze che ognuno di noi aveva da comunicare. A quel punto, sulla tavola appena sparecchiata, colui che pareva essere il castellano posò un mazzo di carte da gioco. Erano tarocchi più grandi di quelli con cui si gioca in partita o con cui le zingare predicono l’avvenire, e vi si po-tevano riconoscere a un dipresso le medesime fi-gure, dipinte con gli smalti delle più preziose mi-niature. Re regine cavalieri e fanti erano giovani vestiti con sfarzo come per una festa principesca; i ventidue Arcani Maggiori parevano arazzi d’un teatro di corte; e coppe denari spade bastoni splendevano come imprese araldiche ornate da cartigli e fregi. Prendemmo a spargere le carte sul tavolo, sco-perte, come per imparare a riconoscerle, e dare lo-ro il giusto valore nei giochi, o il vero significato nella lettura del destino. Eppure non sembrava che alcuno di noi avesse voglia d’iniziare una par-tita, e tanto meno di mettersi a interrogare l’avve-nire, dato che d’ogni avvenire sembravamo svuo-
castello de í desdni incrociati tad, sospesi in un viaggio né terminato né da ter-minare. Era qualcos’altro che vedevamo in quei tarocchi, qualcosa che non ci lasciava più staccare gli occhi dalle tessere dorate di quel mosaico. Uno dei commensali tirò a sé le carte sparse, la-sciando sgombra una larga parte del tavolo; ma non le radunò in mazzo né le mescolò; prese una carta e la posò davanti a sé. Tutti notammo la so-miglianza tra II suo viso e quello della figura, e ci parve di capire che con quella carta egli voleva dire «io» e che s’accingeva a raccontare la sua storia. J . g .14 – -a. .r Storia dell’ingrato punito L Presentandosi a noi con la figura del Cavaliere di Coppe – un giovane roseo e biondo che sfoggiava un mantello raggiante di ricami a forma I sole, e offriva con la mano protesa un dono come quelli dei Re Magi – il nostro commensale voleva proba-bilmente informarci della sua condizione facolto-sa, della sua inclinazione al lusso e alla prodigala, e pure – col mostrarsi a cavallo – d’un suo spirito d’avventura, sia pur mosso – giudicai io, osservan-do tutti quei ricami fin sulla gualdrappa del de-striero – più dal desiderio d’apparire che da una vera vocazione cavalleresca. E bel giovane fece un gesto come per richiedere tutta la nostra attenzione e cominciò li suo muto racconto disponendo tre carte in fila sul tavolo: il Re di Denari, il Dieci di Denari e il Nove di Basto- ni. L’espressione luttuosa con cui aveva deposto la prima di queste tre carte, e quella gioiosa con cui mostrò la carta seguente, parevano volerci far comprendere che, suo padre essendo venuto a morte,’- il Re di Denari rappresentava un perso-naggio leggermente più anziano degli altri e dall’a-spetto posato e prospero, – egli era entrato in pos-sesso d’una cospicua eredità e subito s’era messo in viaggio. Quest’ultima proposizione la deducem-mo dal movimento del braccio nel buttare la carta del Nove di Bastoni, la quale – con l’intrico di ra-mi protesi su una rada vegetazione di foglie e fio-rellini selvatici ci ricordava il bosco che aveva-.a
18 il castello dei destini incrociati giorno in giorno un cambiamento straordinario nel corso della sua vita. Questo evento doveva essere segnato nella carta seguente: e fu l’enigmatico ar-cano numero uno, detto Il Bagatto, in cui c’è chi riconosce un ciarlatano o mago intento ai suoi esercizi. Dunque, il nostro eroe, alzando gli occhi dal suo tavolo s’era visto un mago seduto di fronte a lui, che manipolava i suoi alambicchi e le sue storte. – Chi siete? Che fate qui? – Guarda che cosa faccio, – aveva detto il mago indicandogli una boccia di vetro su un fornello. Lo sguardo abbagliato con cui il nostro com-mensale buttò lì un Sette di Denari non lasciava dubbi su ciò che egli aveva visto: lo splendore di tutte le miniere dell’Oriente spalancate davanti a lui. – Tu puoi darmi il segreto dell’oro? – doveva aver chiesto al ciarlatano. La carta seguente era un Due di Denari, segno di uno scambio, – veniva da pensare, – d’una compravendita, un baratto. – Te lo vendo! – doveva aver ribattuto il visita-tore sconosciuto. – Cosa vuoi in cambio? La risposta che tutti prevedevamo era: – L’ani-ma! – ma non ne fummo sicuri fino a che il narra-tore non ebbe scoperto la nuova carta, (ed indugiò un momento prima di farlo, cominciando a dispor-re (mn’altra fila in senso contrario), e questa carta era Il Diavolo, cioè egli aveva riconosciuto nel ciarlatano il vecchio principe d’ogni mescolanza e ambiguità – così come noi ora riconoscevamo nel nostro commensale il dottor Faust. – L’anima! – aveva dunque risposto Mefistofe-le: un concetto che non può rappresentarsi altri-Storia dell’alchimista che vendette l’anima 19 menti che con la figura di Psiche, giovinetta che rischiara col suo lume le tenebre, come si contem-pla nell’arcano La Stella. Il Cinque di Coppe che ci fu mostrato poi, poteva leggersi tanto come il se-greto alchimistico che il Diavolo rivelava a Faust, quanto come un brindisi per concludere il patto, oppure come le campane che coi loro rintocchi mettevano in fuga il visitatore infernale. Ma pote-vamo pure intenderlo come un discorso sull’anima e sul corpo come vaso dell’anima. (Una coppa del-le cinque era dipinta di traverso, come fosse vuota). – Anima? – poteva aver risposto il nostro Faust. – E se io l’anima non l’avessi? Ma forse non era per un’anima individuale che si scomodava, Mefistofele. – Con l’oro costruirai una città, – diceva a Faust. – È l’anima dell’intera città che io voglio in cambio. – Affare fatto. E il Diavolo allora poteva ben scomparire con un sogghigno che pareva un ululato: vecchio abita-tore dei campanili, avvezzo a contemplare, appol-laiato su un pluviale, le distese dei tetti, sapeva che le città hanno anime più corpose e durature di quelle di tutti gli abitanti messi insieme. Ora restava da interpretare La Ruota della For-tuna, una delle immagini più complicate di tutto il gioco dei tarocchi. Poteva voler dire semplicemen-te che la fortuna s’era girata dalla parte di Faust, ma questa pareva una spiegazione troppo ovvia per il modo di raccontare dell’alchimista, sempre ellittico e allusivo. Era invece legittimo supporre che il nostro dottore, impossessatosi del segreto diabolico, avesse concepito un progetto smisurato: trasformare in oro tutto il trasformabile. La ruota dell’Arcano Decimo rappresenterebbe allora lette-ralmente gli ingranaggi all’opera nel Gran Mulino
Storia della sposa dannata Non so quanti di noi fossero riusciti a decifrare in qualche modo la storia, senza perdersi in mezzo a tutte queste cartacce di coppe e di denari che sal-tavano fuori proprio quando più desideravamo una chiara illustrazione dei fatti. La comunicativa del narratore era scarsa, forse perché il suo inge-gno era più portato al rigore dell’astrazione che al-l’evidenza delle immagini. Insomma, alcuni di noi si distraevano o si soffermavano su certi accosta-menti di carte e non riuscivano più ad andare avanti. Per esempio, uno di noi, un guerriero dallo sguardo melanconico, aveva preso ad armeggiare con un Fante di Spade che gli assomigliava molto e con un Sei di Bastoni, e li aveva avvicinati al Sette di Denari e alla Stella come volesse tirar su una fila verticale per conto suo. Forse per lui, soldato smarritosi nel bosco, quel-le carte seguite dalla Stella volevano dire un lucci-chio come di fuochi fatui che l’aveva attratto in una radura tra gli alberi, dove gli era apparsa una giovinetta di sidereo pallore che s’aggirava nella notte in camicia e coi capelli sciolti, levando alto un cero acceso. Comunque fosse, egli continuò imperterrito la sua fila verticale, posò due carte di Spade: un Sette e una Regina, accostamento in sé difficile da inter-pretare, ma che forse richiedeva qualche battuta di dialogo sul tipo di: – Nobile cavaliere, ti supplico, spogliati delle Storia della sposa dannata 23 tue armi e della tua corazza, e lascia che io le in-dossi! – (Nella miniatura la Regina di Spade indos-sa un’armatura completa di bracciali, cubitiere, manopole, che sporge come una ferrea sottoveste dall’orlo ricamato delle candide maniche di seta) – Stordita, mi promisi a qualcuno dal cui abbrac-cio ora aborro e che stanotte verrà a pretendere l’adempimento della mia parola! Sento che soprag-giunge! Armata, non potrà ghermirmi! Deh, salva una fanciulla perseguitata! Che il guerriero avesse acconsentito prontamen-te non c’era da dubitarlo. Indossata l’armatura ec-co la meschinella trasformarsi in regina da torneo, pavoneggiarsi, far la gatta. Un sorriso di gioia sen-suale accese il pallore del suo viso. Anche qui ora cominciava una sfilza di cartacce in cui raccapezzarsi era un problema: un Due di Bastoni (il segnale d’un bivio, d’una scelta?), un Otto di Denari (un tesoro nascosto?), un Sei di Coppe (un convito amoroso?) – La tua cortesia merita un guiderdone, – dove-va aver detto la donna del bosco. – Scegli il pre-mio che preferisci: io posso darti la ricchezza, op-pure… – Oppure? – …Posso darmi a te. La mano del guerriero bussò sulla carta di cop-pe: aveva scelto l’amore. Per il seguito del racconto dovevamo lavorare d’immaginazione: lui era già nudo, lei slacciò l’ar-matura appena indossata, e di tra le piastre di bronzo il nostro eroe raggiunse una mammella tonda e tesa e tenera, s’insinuò tra il ferreo coscia-le e la tiepida coscia… Era di carattere riservato e pudico, il soldato, e non si dilungò in particolari: tutto quel che sep-pe dirci fu affiancare alla carta di Coppe una car-:9-gy O5,…., r, 24 Il castello dei destini incrociati ta dorata di Denari, con un’aria sospirosa, come esclamando: – Mi sembrò d’entrare in Paradiso… La figura che egli depose dopo confermava l’im-magine delle soglie del Paradiso ma nello stesso tempo interrompeva bruscamente l’abbandono vo-luttuoso: era un Papa dall’austera barba bianca, come il primo dei pontefici ora custode della Por-ta del Cielo. – Chi parla di Paradiso? – alto sul bosco in mezzo al cielo era apparso San Pietro in trono tuonando: – Per costei la nostra porta è chiusa in sempiterno! Il modo con cui il narratore depose una nuova carta, con un gesto rapido ma tenendola nascosta, e facendosi dell’altra mano schermo agli occhi, ci preparava a una rivelazione: quella che gli s’era presentata quando abbassando lo sguardo dalla minacciosa soglia celeste l’aveva riportato sulla da-ma tra le cui braccia egli giaceva, e aveva visto la gorgera incorniciare non più il viso da colomba in amore, non più le fossette maliziose, il piccolo na-so all’in su, ma una barriera di denti senza gengive né labbra, due narici scavate nell’osso, i gialli zi-gomi d’un teschio, e aveva sentito mescolate alle sue le membra stecchite d’un cadavere. L’agghiacciante apparizione dell’Arcano Nume-ro Tredici (la dicitura La Morte non figura neppu-re nei mazzi di carte in cui tutti gli arcani maggio-ri portano scritto il loro nome) aveva rinfocolato in tutti noi l’impazienza di conoscere il resto della storia. Il Dieci di Spade che veniva adesso era la barriera degli arcangeli che vietava l’accesso al Cielo dell’anima dannata? Il Cinque di Bastoni an-nunciava un passo attraverso il bosco? A quel punto la colonna di carte si riallacciava al Diavolo già posato in quel punto dal narratore precedente. Storia della sposa dannata Non avevo da strologare molto per comprende-re che dal bosco era uscito il fidanzato tanto te-muto dalla promessa sposa defunta: Belzebù in persona, che esclamando: – Hai finito, bella mia, di cambiar le carte in tavola! Per me non valgono due soldi (Due di Denari) tutte le tue armi e arma-ture (Quattro di Spade)! – se l’era portata giù drit-to sottoterra. 5h- nt

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Storia d’un ladro di sepolcri Il sudore freddo non s’era ancora asciugato sulla mia schiena, e già dovevo tener dietro a un altro commensale, cui il quadrato Morte, Papa, Otto di Denari, Due di Bastoni sembrava risvegliare altri ricordi, a giudicare da come lui ci girava intorno con lo sguardo, mettendo la testa di traverso, qua-si non sapesse da che parte entrarci. Quando co-stui posò in margine il Fante di Denari, figura nella quale era facile riconoscere il suo piglio di provo-catoria spavalderia, compresi che anche lui voleva raccontare qualcosa, cominciando di lì, e che si trattava della storia sua. Ma che cosa aveva da spartire, questo scanzona-to giovanotto, col macabro regno degli scheletri evocato dall’Arcano Numero Tredici? Non era certo tipo da passeggiare meditando per i cimiteri, a meno che non vi fosse attratto da qualche pro-posito ribaldo: per esempio, quello di forzare le tombe e derubare i morti dagli oggetti preziosi che sconsideratamente essi si fossero portati con sé nell’ultimo viaggio… Sono di solito i Grandi della Terra a venir se-polti insieme agli attributi del loro comando, coro-ne d’oro, anelli, scettri, vesti di lamine splendenti. Se questo giovane era davvero un ladro di tombe, egli doveva andar cercando nei cimiteri i sepolcri più illustri, per esempio la tomba d’un Papa, dato che i pontefici scendono nel sepolcro in tutto lo splendore dei loro arredi. Il ladro, in una notte senza luna, doveva aver sollevato il pesante coper-Storia d’un ladro di sepokri 27 chio della tomba facendo leva su Due Bastoni e s e-ra calato nel sepolcro. E dopo? Il narratore posò un Asso di Bastoni e fece un gesto ascendente, come qualcosa che cre-scesse: per un momento dubitai d’aver sbagliato tutta la mia congettura, tanto quel gesto pareva in contraddizione con l’immergersi del ladro nella tomba papale. A meno di supporre che dal sepolcro appena scoperchiato fosse spuntato un tronco d’al-bero diritto e altissimo, e che il ladro vi si fosse ar-rampicato, oppure si fosse sentito trasportare su su, in cima all’albero, tra i rami, nella fronzuta chioma della pianta. Per fortuna costui, sarà stato uno scampaforche, ma almeno nel raccontare non si limitava ad ag-giungere un tarocco all’altro (procedeva a coppie di carte affiancate, in una doppia fila orizzontale, da sinistra a destra) ma s’aiutava con una gesticolazio-ne ben dosata, semplificando un poco il nostro compito. Così riuscii a capire che con il Dieci di Coppe voleva intendere la vista dall’alto del cimite-ro, come lui lo contemplava d’in cima alla pianta, con tutti gli avelli allineati sui loro piedestalli lun-go i viali. Mentre con l’arcano detto L’Angelo o II Giudizio (in cui gli angeli attorno al trono celeste suonano la diana che fa scoperchiare le tombe) vo-leva forse solo sottolineare il fatto che lui guardava le tombe dall’alto come gli abitanti del cielo nel Gran Giorno. Sulla cima dell’albero, arrampicandosi come un monello, il nostro giunse a una città sospesa. Così io credetti di interpretare il maggiore degli arcani, Il Mondo, che in questo mazzo di tarocchi raffigura una città galleggiante su onde o nuvole, e sollevata da due putti alati. Era una città i cui tetti toccava-no la volta del cielo, come già La Torre di Babele, quale ce la mostrò, li di seguito, un altro arcano.
28 Il castello dei destini incrociati – Chi scende nell’abisso della Morte e risale l’Albero della Vita, – con queste parole immagina-vo fosse accolto l’involontario pellegrino, – arriva nella Città del Possibile, da cui si contempla il Tutto e si decidono le Scelte. Qui la mimica del narratore non ci aiutava più e occorreva lavorare di congetture. Ci si poteva im-maginare che, entrato nella Città del Tutto e delle Parti, il nostro ribaldo si fosse sentito apostrofare: – Vuoi la ricchezza (Denari) o la forza (Spade) oppure la saggezza (Coppe)? Scegli, subito! Era un arcangelo ferreo e radioso (Cavaliere di Spade) che gli rivolgeva questa domanda, e il nostro, rapido: – Scelgo la ricchezza! (Denari) – gridò. – Avrai Bastoni! – era stata la risposta dell’ar-cangelo a cavallo, mentre la città e l’albero si dis-solvevano in fumo e il ladrone precipitava in un rovinio di rami spezzati in mezzo al bosco. V44„: *re k;3 P4v1 hfi Storia dell’Orlando pazzo per amore Adesso i tarocchi disposti sul tavolo formavano un quadrato tutto chiuso intorno, con una finestra ancora vuota al centro. Su di essa si chinò un com-mensale che era stato finora come assorto, lo sguardo vagante. Era costui un gigantesco guerrie-ro; sollevava le braccia come fossero di piombo, e voltava lento il capo come se il peso dei pensieri gli avesse incrinato la cervice. Era certamente un profondo sconforto a gravare su questo capitano che doveva esser stato, non molto tempo prima, un micidiale fulmine di guerra. La figura del Re di Spade che tentava di rendere in un unico ritratto il suo passato bellicoso e il me-lanconico presente, fu da lui avvicinata al margine sinistro del quadrato, all’altezza del Dieci di Spa-de. E subito i nostri occhi furono come accecati dal polverone delle battaglie, udimmo il suono delle trombe, già le lance volavano in pezzi, già i musi dei cavalli scontrandosi confondevano le schiume iridescenti, già le spade un po’ di taglio un po’ di piatto battevano un po’ sul taglio un po’ sul piatto d’altre spade, e dove un cerchio di ne-mici vivi saltava sulle selle e al ridiscendere non trovava più i cavalli ma la tomba, là al centro di questo cerchio era Orlando paladino che mulinava la sua Durlindana. L’avevamo riconosciuto, era lui che ci raccontava la sua storia tutta a strazi e a
30 Il castello dei destini incrociati strappi, premendo il pesante dito di ferro su cia-scuna carta. Ora indicava la Regina di Spade. Nella figura di questa donna bionda, che in mezzo alle lame affi-late e alle piastre di ferro affaccia l’inafferrabile sorriso d’un gioco sensuale, noi riconoscemmo An-gelica, la maga venuta dal Catai per la rovina delle armate franche e fummo certi che il conte Orlan-do ne era ancora innamorato. Dopo di lei s’apriva il vuoto: Orlando vi posò una carta: il Dieci di Bastoni. Vedemmo la foresta schiudersi malvolentieri all’avanzare del campio-ne, gli aghi degli abeti farsi irti come aculei d’istri-ce, le querce gonfiare il torace muscoloso dei loro tronchi, i faggi svellere le radici dal suolo per con-trastargli il passo. Tutto il bosco pareva dirgli: – Non andare! Perché diserti i metallici campi di guerra, regno del discontinuo e del distinto, le congeniali carneficine in cui eccelle il tuo talento nello scomporre e nell’escludere, e t’avventuri nel-la verde mucillaginosa natura, tra le spire della continuità vivente? Il bosco dell’amore, Orlando, non è luogo per te! Stai inseguendo un nemico dalle cui insidie non c’è scudo che ti protegga. Di-menticati d’Angelica! Ritorna! Ma era certo che Orlando non prestava orec-chio a questi ammonimenti e una sola visione l’oc-cupava: quella rappresentata nell’arcano numero vo che egli ora posava sul tavolo, cioè Il Carro. L’artista che aveva miniato con splendenti smalti questi nostri tarocchi, alla guida del Carro aveva messo non un re come di solito si vede nelle carte più dozzinali, ma una donna dall’abito di maga o sovrana orientale, che reggeva le briglie di due bianchi cavalli alati. Era così che la fantasia farne-ticante d’Orlando si figurava l’incedere fatato Storia dell’Orlando pazzo per amore 31 d’Angelica nel bosco, era un’impronta di zoccoli volanti che egli inseguiva, più leggeri che zampe di farfalla, era uno spolveri° d’oro sulle foglie, co-me lasciano cadere certe farfalle, la traccia che gli serviva da guida nell’intrico. Misero lui! Non sapeva ancora che nel più folto del folto una stretta d’amore morbida e struggente univa intanto Angelica e Medoro. Ci volle l’arca-no dell’Amore per rivelarglielo, con il languore di desiderio che il nostro miniatore aveva saputo da-re allo sguardo dei due innamorati. (Cominciam-mo a capire che con le sue mani di ferro e la sua aria trasognata, Orlando s’era tenuto per sé fin da principio i tarocchi più belli del mazzo, lasciando gli altri a balbettare le loro vicissitudini a suon di coppe e bastoni e ori e spade). La verità si fece largo nella mente d’Orlando: nell’umido fondo del bosco femminile c’è un tem-pio di Eros dove contano altri valori da quelli che decide la sua Durlindana. Il favorito di Angelica non era uno degli illustri comandanti di squadrone ma un giovanottino del seguito, snello e civettuolo come una fanciulla; la sua figura ingrandita appar-ve nella carta seguente: il Fante di Bastoni. Dov’erano fuggiti, gli amanti? Da qualsiasi par-te fossero andati, troppo tenue e sfuggente era la sostanza di cui erano fatti per dar presa alle ma-nacce di ferro del paladino. Quando non ebbe più dubbi sulla fine delle sue speranze, Orlando fece qualche movimento disordinato, – sguainar la spa-da, puntar di sproni, tender la gamba nella staffa, – poi qualcosa si ruppe dentro di lui, saltò, si ful-minò, si fuse, e tutt’a un tratto gli si spense il lu-me dell’intelletto e restò al buio. Adesso il ponte di carte tracciato attraverso il quadrato toccava il lato opposto, all’altezza del So-le. Un amorino fuggiva a volo portando via il lume

32 Il castello dei destini incrocia1i della saggezza d’Orlando, e si librava sulla terra di Francia contesa dagli Infedeli, sul mare che galee saracene avrebbero solcato impunemente, ormai che il più robusto campione della cristianità giace-va ottenebrato dalla demenza. La Forza chiudeva la fila. Io chiusi gli occhi. Non mi reggeva il petto alla vista di quel fiore del-la cavalleria trasformato in una cieca esplosione tellurica, pari a un ciclone o a un terremoto. Co-me un tempo le schiere maomettane falciate dalla Durlindana, così ora il vorticare della sua dava abbatteva le bestie feroci che dall’Africa nel mara-sma delle invasioni erano passate sulle coste di Provenza e Catalogna; un manto di pellicce di feli-no fulve e screziate e maculate avrebbe ricoperto i campi divenuti deserto dove lui passava: né il cau-to leone, né la tigre longilinea, né il retrattile leo-pardo sarebbero sopravvissuti al massacro. Poi sa-rebbe toccato al lionfante, all’otorinoceronte e al cavallo-del-fiume ossia ippopotamo: uno strato di pelle di pachiderma stava per ispessirsi sulla callo-sa arida Europa. Il dito ferreamente puntiglioso del narratore an-dò a capo, cioè prese a compitare la riga di sotto, cominciando dalla sinistra. Vidi (e sentii) lo schianto dei tronchi di quercia sradicati dall’osses-so nel Cinque di Bastoni, rimpiansi l’ozio della Durlindana rimasta appesa a un albero e dimenti-cata nel Sette di Spade, deplorai lo spreco d’energie e di beni nel Cinque di Denari (aggiunto per l’occa-sione nello spazio vuoto). La carta che egli ora deponeva là in mezzo era La Luna. Un freddo riverbero brilla sulla terra buia. Una ninfa dall’aspetto demente alza la mano verso la dorata falce celeste come se suonasse l’ar-pa. Vero è che la corda pende rotta al suo arco: la Storia dell’Orlando pazzo per amore 33 Luna è un pianeta sconfitto, e la Terra conquista-trice è prigioniera della Luna. Orlando percorre una Terra ormai lunare. La carta del Matto, che ci fu mostrata subito dopo, era più che mai eloquente al proposito. Sfo-gato ormai il più grosso groppo di furore, con la clava sulla spalla come una lenza, magro come un teschio, stracciato, senza braghe, con la testa pie-na di penne (nei capelli gli restava attaccata roba d’ogni genere, piume di tordo, ricci di castagna, spini di pungitopo e grattaculo, lombrichi che suc-chiavano le spente cervella, funghi, muschi, galle, sepali) ecco che Orlando era disceso giù nel cuore caotico delle cose, al centro del quadrato dei ta-rocchi e del mondo, al punto d’intersezione di tut-ti gli ordini possibili. La sua ragione? Il Tre di Coppe ci ricordò che era in un’ampolla custodita nella Valle delle Ra-gioni Perdute, ma poiché la carta rappresentava un calice rovesciato tra due calici diritti, era pro-babile che nemmeno in quel deposito si fosse con-servata. Le ultime due carte della fila erano lì sul tavolo. La prima era La Giustizia che già avevamo incon-trato, sormontata dal fregio del guerriero al galop-po. Segno che i cavalieri dell’Armata di Carloma-gno seguivano le piste del loro campione, vegliava-no su di lui, non rinunciavano a riportare la sua spada al servizio di Ragione e Giustizia. Era dun-que l’immagine della Ragione quella bionda giusti-ziera con spada e bilancia con cui lui doveva in ogni caso finire per fare i conti? Era la Ragione del racconto che cova sotto il Caso combinatorio dei tarocchi sparpagliati? Voleva dire che comun-que giri poi viene il momento che lo acchiappano e lo legano, Orlando, e gli ricacciano in gola l’in-telletto rifiutato? rstil r,
34 Il castello dei destini incrociati Nell’ultima carta si contempla il paladino legato a testa in giù come L’Appeso. E finalmente ecco il suo viso diventato sereno e luminoso, l’occhio lim-pido come neppure nell’esercizio delle sue ragioni passate. Cosa dice? Dice: – Lasciatemi così. Ho fatto tutto il giro e ho capito. Il mondo si legge al-l’incontrario. Tutto è chiaro. ‘155- Storia di Astolfo sulla Luna Sul senno di Orlando mi sarebbe piaciuto racco-gliere altre testimonianze, soprattutto da colui che del recupero s’era fatto un dovere, una prova per il suo ardire ingegnoso. Avrei voluto che fosse lì con noi, Astolfo. Tra i commensali che ancora non avevano raccontato nulla c’era un tipo leggero co-me un fantino o un folletto, che ogni tanto saltava su in guizzi e in trilli come se il mutismo suo e no-stro fosse per lui un’occasione di divertimento senza pari. Osservandolo m’accorsi che poteva ben essere lui, il cavaliere inglese, e lo invitai esplicitamente a raccontare porgendogli la figura del mazzo che più mi pareva somigliargli: l’ilare impennata del Cavaliere di Bastoni. Quel tipetto sorridente avanzò una mano, ma invece di prende-re la carta la fece volare con uno scatto dell’indice sul pollice. Ondeggiò come una foglia al vento e si posò sul tavolo verso la base del quadrato. Ora non c’erano più finestre aperte nel centro del mosaico; e poche carte restavano fuori dal gioco. Il cavaliere inglese prese un Asso di Spade, (rico-nobbi la Durlindana d’Orlando rimasta inoperosa appesa a un albero…), l’avvicinò al punto in cui era L’Imperatore (raffigurato con la barba bianca e la fiorita saggezza di Carlo Magno in trono…), co-me accingendosi a risalire con la sua storia una co-lonna verticale: Asso di Spade, Imperatore, Nove di Coppe… (Prolungandosi l’assenza d’Orlando dal
36 Il castello dei destini incrociati Campo Franco, Astolfo fu chiamato da Re Carlo e invitato a sedere a banchetto con lui…) Poi veni-vano II Matto mezzo straccione e mezzo ignudo con le penne sul capo, e L’Amore dio alato che dal piedestallo tortile dardeggia gli spasimanti. (- Tu certo, Astolfo, sai che il principe dei nostri paladi-ni, Orlando nostro nipote, ha perso il lume che di-stingue l’uomo e le bestie savie dalle bestie e dagli uomini matti, e adesso corre ossesso i boschi, e co-sparso di penne d’uccelli risponde solo al pigolio dei volatili come se altro linguaggio non intendes-se. E manco male se a ridurlo in questo stato fosse un malinteso zelo nelle penitenze cristiane, nella umiliazione di sé, macerazione del corpo e castigo all’orgoglio della mente, perché in tal caso il dan-no potrebbe in qualche modo essere bilanciato da un vantaggio spirituale, o comunque sarebbe un fatto di cui potremmo non dico vantarcene ma parlarne in giro senza vergogna, magari scrollando solo un po’ il capo, ma il guaio è che alla pazzia lo ha spinto Eros, dio pagano, che più è represso più devasta…) La colonna continuava con Il Mondo, dove si vede una città fortificata con un cerchio intorno, – Parigi nella cerchia dei suoi baluardi, stretta da mesi nell’assedio saraceno, – e con La Torre, che rappresenta con verisimiglianza il precipitare dei cadaveri giù dagli spalti tra getti d’olio rovente e macchine d’assedio all’opera; e così descriveva la situazione militare (forse con le stesse parole di Carlo Magno: – Il nemico preme ai piedi delle al-ture di Monte Martire e di Mon Parnasso, apre brecce a Menilmontante e a Monteroglio, appicca incendi alla Porta Delf Ma e alla Porta dei Lillà…) cui non mancava che un’ultima carta, il Nove di Spade, per chiudersi su una nota di speranza, (così Storia di Astogo sulla Luna 37 come il discorso dell’Imperatore non poteva avere altra conclusione che questa: – Solo nostro nipote potrebbe guidarci in una sortita che tagli il cerchio di ferro e di fuoco… Va’, Astolfo, rintraccia il senno d’Orlando, dovunque si sia perduto, e ri-portalo: è la sola nostra salvezza! Corri! Vola!) Cosa doveva fare Astolfo? Aveva in mano anco-ra una buona carta: l’arcano detto L’Eremita, qui rappresentato come un vecchio gobbo con la cles-sidra in mano, un indovino che rovescia il tempo irreversibile e prima del prima vede il dopo. È dunque a questo sapiente o magomerlino che Astolfo si rivolge per sapere dove ritrovare la ra-gione di Orlando. L’eremita leggeva lo scorrere dei grani di sabbia nella clessidra, e così noi ci ac-cingevamo a leggere la seconda colonna della sto-ria, che era quella immediatamente a sinistra, dal-l’alto in basso: Il Giudizio, Dieci di Coppe, Carro, – È in cielo che tu devi salire, Astolfo, – (l’arca-no angelico del Giudizio indicava un’ascensione sovrumana), – su nei campi pallidi della Luna, do-ve uno sterminato deposito conserva dentro am-polle messe in fila, – (come nella carta di Coppe), – le storie che gli uomini non vivono, i pensieri che bussano una volta alla soglia della coscienza e svaniscono per sempre, le particelle del possibile scartate nel gioco delle combinazioni, le soluzioni a cui si potrebbe arrivare e non si arriva… Per salire sulla Luna, (l’arcano Il Carro ce ne da-va superflua ma poetica notizia), è convenzione ri-correre alle ibride razze dei cavalli alati o Pegasi o Ippogrifi; le Fate li allevano nelle loro stalle dora-te per aggiogarli a bighe e a trighe. Astolfo il suo Ippogrifo l’aveva e montò in sella. Prese il largo nel cielo. La Luna crescente gli venne incontro.
rys CO. r9L 38 Il castello dei destini incrociati Planò. (Nel tarocco, La Luna era dipinta con più dolcezza di come le notti di mezza estate rustici attori la rappresentino nel dramma di Piramo e Tisbe, ma con mezzi altrettanto semplici d’alle-goria…) Poi veniva La Ruota della Fortuna, giusto al punto in cui ci aspettavamo una descrizione più particolareggiata del mondo della Luna, che ci la-sciasse sbizzarrire nelle vecchie fantasie d’un mon-do all’incontrario, dove l’asino è re, l’uomo è qua-drupede, i fanciulli governano gli anziani, le sonnambule reggono il timone, i cittadini vortica-no come scoiattoli nel mulinello della gabbia, e quanti altri paradossi l’immaginazione può scom-porre e ricomporre. Astolfo era salito a cercare la Ragione nel mon-do del gratuito, Cavaliere del Gratuito egli stesso. Quale saggezza trarre per norma della Terra da questa Luna del delirio dei poeti? Il cavaliere pro-vò a porre la domanda al primo abitante che in-contrò sulla Luna: il personaggio ritratto nell’arca-no numero uno, Il Bagatto, nome e immagine di si-gnificato controverso ma che qui pure può inten-dersi – dal calamo che tiene in mano come se scri-vesse – un poeta. Sui bianchi campi della Luna, Astolfo incontra il poeta, intento a interpolare nel suo ordito le ri-me delle ottave, le fila degli intrecci, le ragioni e le sragioni. Se costui abita nel bel mezzo della Lu-na, – o ne è abitato, come dal suo nucleo più pro-fondo, – ci dirà se è vero che essa contiene il ri-mario universale delle parole e delle cose, se essa è il mondo pieno di senso, l’opposto della Terra in-sensata. – No, la Luna è un deserto, – questa era la ri-sposta del poeta, a giudicare dall’ultima carta sce-sa sul tavolo: la calva circonferenza dell’Asso di Storia di Assolto sulla Luna 39 Denari, – da questa sfera arida parte ogni discorso e ogni poema; e ogni viaggio attraverso foreste battaglie tesori banchetti alcove ci riporta qui, al centro d’un orizzonte vuoto.
•52′, A’s 1:1113.11 ktf Frn d, ;p:0p 454 h– i W. 4- è rAd 2,1 0.0 kaj 003 in!? fha kM. Pg.3 t-4570 ase,- 7t, • is P-9 Tutte le altre storie Il quadrato è ormai interamente ricoperto di ta-rocchi e di racconti. Le carte del mazzo sono tutte spiattellate sul tavolo. E la mia storia non c’è? Non riesco a riconoscerla in mezzo alle altre, tan-to fitto è stato il loro intrecciarsi simultaneo. In-fatti, il compito di decifrare le storie una per una m’ha fatto trascurare finora la peculiarità più sa-liente del nostro modo di narrare, e cioè che ogni racconto corre incontro a un altro racconto e men-tre un commensale avanza la sua striscia un altro dall’altro estremo avanza in senso opposto, perché le storie raccontate da sinistra a destra o dal basso in alto possono pure essere lette da destra a sini-stra o dall’alto in basso, e viceversa, tenendo con-to che le stesse carte presentandosi in un diverso ordine spesso cambiano significato, e il medesimo tarocco serve nello stesso tempo a narratori che partono dai quattro punti cardinali. Così mentre Astolfo cominciava a riferire la sua avventura, una delle più belle dame della compa-gnia, presentatasi col profilo da donna amorosa della Regina di Denari, già disponeva al punto d’arrivo della di lui strada L’Eremita e il Nove di Spade, che le servivano perché la sua storia comin-ciava proprio così, con lei che si rivolgeva a un in-dovino per sapere quale fine avrebbe avuto la guerra che da anni la teneva assediata in una città a lei straniera, e II Giudizio e La Torre le portava-no la notizia che gli Dèi avevano da tempo decre-tato la caduta di Troia. Infatti quella città fortifi-Pà r/. 64 h .1ètzb *■”‘4. feN WL. ,sf,s7.1 • a 5″. t,1‘ à:4,3 in vett: Iff tit cr.ià rfc’4, 1’59 =d• 10 i il

42 Il castello dei destini incrociati cata e assediata (II Mondo) che nel racconto d’A-stolfo era Parigi concupita dai Mori, era vista co-me Troia da’ costei che della lunga guerra doveva essere stata la prima causa. Dunque qui i banchet-ti risonanti di canti e strimpelli° di cetre (Dieci di Coppe) erano quelli che gli Achei preparavano per il giorno sospirato della espugnazione. Nello stesso tempo però un’altra Regina (quella, soccorrevole, di Coppe) avanzava in una sua storia incontro alla storia d’Orlando, sullo stesso suo percorso, cominciando dalla Forza e dal Fenduto. Cioè questa regina contemplava un feroce brigan-te (come tale almeno glielo avevano descritto) ap-peso a uno strumento di tortura, sotto li Sole, per verdetto della Giustizia. N’ebbe pietà, s’avvicinò, gli porse da bere (Tre di Coppe), s’accorse che era un giovane agile e gentile (Fante di Bastoni). Gli arcani Carro Amore Luna Matto (che già pu-re servivano al sogno d’Angelica, alla follia d’Or-lando, al viaggio dell’Ippogrifo) ora venivano di-sputati tra la profezia dell’indovino a Elena di Troia: – Entrerà coi vincitori una donna su un carro, una regina o una dea, e il tuo Paride cadrà innamorato di lei, – che spingeva la bella e adulte-ra sposa di Menelao a fuggire al lume della luna dalla città assediata, celata sotto umili vesti, ac-compagnata solo dal buffone di corte, – e la storia raccontata simultaneamente dall’altra regina, di come, innamoratasi del prigioniero, lo liberava nottetempo, invitandolo a fuggire camuffato da vagabondo e ad attendere che lei lo raggiungesse sul suo carro regale, nell’oscurità del bosco. Le due storie poi continuavano ognuna verso il suo sbocco, Elena raggiungendo l’Olimpo (Ruota della Fortuna) e presentandosi al banchetto (Cop-pe) degli Dei, l’altra attendendo invano nel bosco (Bastoni) l’uomo da lei liberato fino ai primi chia-Tutte k altre storie 43 tori dorati (Denari) del mattino. E mentre l’una concludeva rivolgendosi al sommo Zeus (L’Impera-tore): – Di’ al poeta (Il Bagatto) che qui in Olimpo, non più cieco, siede tra gli Immortali e allinea i versi fuori del tempo nei poemi temporali che altri poeti canteranno, che questa sola elemosina (Asso di Denari) io chiedo alla volontà dei Celesti (Asso di Spade), questo scriva nel poema del mio desti-no: prima che Paride la tradisca, Elena si darà a Ulisse nel ventre stesso del Cavallo di Troia (Cava-liere di Bastoni)! – l’altra non aveva sorte meno in-certa sentendosi apostrofare da una splendida guerriera (Regina di Spade) che le veniva incontro alla testa d’un esercito: – Regina della notte, l’uo-mo da te liberato è mio: preparati a combattere; la guerra con le armate del giorno non finisce, tra gli alberi del bosco, prima dell’aurora! Nello stesso tempo bisognava tener presente che la Parigi o Troia assediata nella carta il Mon-do, che era anche città celeste nella storia del la-dro di-tombe, diventava una città sotterranea nel-la storia d’un tale che s’era presentato con le soli-de, conviviali fattezze del Re di Bastoni, e che v’e-ra arrivato dopo che in un bosco magico s’era mu-nito d’un randello dai poteri straordinari e aveva seguito uno sconosciuto guerriero dalle armi nere che gli vantava le sue ricchezze (Bastoni, Cavaliere di Spade, Denari). In un alterco d’osteria (Coppe), il misterioso compagno di viaggio aveva deciso di giocarsi lo scettro della città (Asso di Bastoni). La lotta a bastonate essendo stata favorevole al no-stro, – Eccoti padrone, – gli disse lo Sconosciuto, – della Città della Morte. Sappi che hai vinto Principe della Discontinuità, – e tolta la maschera aveva rivelato il suo vero volto (La Morte) cioè un teschio giallo e camuso. Chiusa la Città della Morte, nessuno poteva più

44 11 castello dei destini incrociati morire. Cominciò una nuova Età dell’Oro: gli uo-mini scialacquavano in bagordi, incrociavano le spade in innocue zuffe, si buttavano indenni giù da alte torri (Denari, Coppe, Spade, Torre). E le tombe abitate da vivi in tripudio (Il Giudizio) era-no quelle dei cimiteri ormai inutili dove i gaudenti si riunivano per le loro orge, sotto lo sguardo esterrefatto degli angeli e di Dio. Tanto che un monito non tardò a risuonare: – Riapri le porte della Morte o il mondo diventerà un deserto irto di stecchi, una montagna di freddo metallo! – e il nostro eroe s’inginocchiò ai piedi dell’adirato Pon-tefice, in segno di obbedienza. (Quattro di Bastoni, Otto di Denari, Il Papa). – Quel Papa ero io! – sembrò esclamare un al-tro convitato che si presentava sotto le mentite spoglie del Cavaliere di Denari e che gettando con disdegno il Quattro di Denari forse voleva signifi-care che egli aveva abbandonato i fasti della corte papale per portare l’estremo viatico ai moribondi sul campo di battaglia. La Morte seguita dal Dieci di Spade rappresentava allora la distesa dei corpi squartati in mezzo ai quali s’aggirava il Pontefice sbigottito, all’inizio d’una storia raccontata minu-ziosamente dagli stessi tarocchi che già avevano segnato gli amori d’un guerriero e d’un cadavere ma letti secondo un altro codice per cui la succes-sione Bastoni, Diavolo, Due di Denari, Spade pre-supponeva che il Papa, tentato dal dubbio alla vista del massacro, fosse stato udito chiedersi: – Perché permetti questo, Dio? Perché lasci che tante tue anime si perdano? – e che, dal bosco, una voce avesse ribattuto: – Siamo in due a divi-derci il mondo (Due di Denari) e le anime! Non sta a Lui solo di permettere o di non permettere! De-ve pur sempre fare i conti con me! Il Fante di Spade al termine della striscia preci-Tutte le altre storie 45 sava che a questa voce aveva fatto seguito l’appa-rizione d’un guerriero dall’aria sprezzante: – Rico-nosci in me il Principe delle Opposizioni, e io farò regnare la pace nel mondo (Coppe), inizierò una nuova Età dell’Oro! – Da gran tempo questo segno ricorda che l’Al-tro è stato vinto dall’Uno! – poteva aver detto il Papa, opponendogli i Due Bastoni incrociati. Oppure quella carta indicava un bivio. – Due sono le strade. Scegli, – aveva detto il Nemico, ma in mezzo al crocicchio era apparsa la Regina di Spade, (già Maga Angelica o bella anima dannata o condottiera), ad annunciare: – Fermatevi! La vo-stra contesa non ha senso. Sappiate che io sono la gioiosa Dea della Distruzione, che governa il di-sfarsi e il rifarsi ininterrotto del mondo. Nel mas-sacro generale le carte si mescolano di continuo, e le anime non hanno sorte migliore dei corpi, i qua-li almeno godono il riposo della tomba. Una guer-ra senza fine agita l’universo fino alle stelle del firmamento e non risparmia gli spiriti né gli ato-mi. Nel pulviscolo dorato sospeso nell’aria, quan-do il buio d’una stanza è penetrato da raggi di lu-ce, Lucrezio contemplava battaglie di corpuscoli impalpabili, invasioni, assalti, giostre, vortici… (Spade, Stella, Ori, Spade). Certamente anche la mia storia è contenuta in questo intreccio di carte, passato presente futuro, ma io non so più distinguerla dalle altre. La fore-sta, il castello, i tarocchi m’hanno portato a que-sto traguardo: a perdere la mia storia, a confon-derla nel pulviscolo delle storie, a liberarmene. Quello che rimane di me è solo l’ostinazione ma-niaca a completare, a chiudere, a far tornare í con-ti. Ancora mi manca di ripercorrere due lati del
46 Il castello dei destini incrociati quadrato in senso opposto, e io vado avanti solo per puntiglio, per non lasciare le cose a mezzo. Il castellano-locandiere che ci ospita non può tardare a dir la sua. Facciamo conto che sia il Fan-te di Coppe e che un insolito avventore (11 Diavolo) si sia presentato alla sua locanda-castello. Con cer-ti ospiti è buona norma non offrire mai da bere gratis, ma – richiesto di pagare: – Oste, nella tua taverna tutto si mescola, i vini ed i destini… – aveva detto l’Avventore. – Vossignoria non è contento del mio vino? – Contentissimo! Il solo che sappia apprezzare tutto ciò che è intersecato e bifronte sono io. Per-ciò, ben più di Due Denari voglio darti! A questo punto La Stella, arcano numero dicias-sette, rappresentava non più Psiche, né la sposa uscita dalla tomba, né un astro del firmamento, ma solo la fantesca mandata a riscuotere il conto che tornava con le mani sfavillanti di monete mai viste e gridava: – Sapeste! Quel signore! Cos’ha fatto! Ha rovesciato una delle Coppe sul tavolo e ne ha fatto cascar giù un fiume di Denari. – Che incantesimo è questo? – aveva esclamato il taverniere-castellano. L’avventore era già sulla soglia. – In mezzo alle tue coppe adesso ce n’è una che pare uguale alle altre, invece è magica. Fa’ di questo dono un uso che possa piacermi, altrimenti, come m’hai cono-sciuto da amico, così tornerò a incontrarti da ne-mico! – disse, e sparì. Pensa e ripensa, il castellano aveva deciso di travestirsi da giocoliere e andare nella Capitale per conquistare il potere sciorinando monete so-nanti. Dunque 11 Bagatto (che avevamo visto come un Mefistofele o un poeta) era anche l’oste-ciarla-tano che sognava di diventare Imperatore con i giochi di bussolotti delle sue Coppe, e la Ruota Tutte le altre storie 47 (non più Mulino dell’Oro né Olimpo né Mondo della Luna) rappresentava la sua intenzione di ca-povolgere il mondo. Si mise in strada. Ma nel bosco… A questo punto occorreva interpretare nuovamente l’arcano della Papessa come una Gran Sacerdotessa che nel bosco celebrava un tripudio rituale e aveva detto al viandante: – Restituisci alle Baccanti la coppa sacra che ci fu rubata! – E così si spiegava anche la fanciulla scalza e irrorata di vino detta nei ta-rocchi La Temperanza e l’elaborata fattura del cali-ce-altare che teneva il posto d’Asso di Coppe. Nello stesso tempo anche la donna corpulenta che ci serviva da bere come solerte ostessa o pre-murosa castellana aveva cominciato un suo raccon-to con le tre carte: Regina di Bastoni, Otto di Spa-de, Papessa, e noi eravamo portati a vedere La Pa-pessa anche come Badessa d’un convento cui la no-stra narratrice, allora tenera educanda, aveva det- to, per vincere il terrore che all’approssimarsi del- la guerra regnava tra le monache: – Lasciate che io sfidi a duello (Due Spade) il condottiero degli inva-sori! Era quest’educanda infatti una provetta spadac-cina – come La Giustizia di nuovo ci rivelava – e all’aurora sul campo di battaglia la sua maestosa persona fece una così sfolgorante apparizione (II Sola) che il principe sfidato a duello (Cavaliere di Spade) se ne innamorò. Il banchetto (Coppe) di nozze fu celebrato nella reggia dei genitori dello sposo (Imperatrice e Re di Denari) i cui volti espri-mevano tutta la loro diffidenza verso quella nuora smisurata. Appena lo sposo dovette ripartire (al-lontanarsi del Cavaliere di Coppe) i crudeli suoceri pagarono (Denari) uno scherano che conducesse nel bosco (Bastoni) la sposa e la uccidesse. Ecco al-lora che l’energumeno (La Forza) e L’Appeso si ri-g:. . i.
48 11 castello dei destini incrociati velavano essere la stessa persona, lo scherano che s’avventava contro la nostra leonessa e si ritrova-va poco dopo legato a testa in giù da quella robu-sta lottatrice. Sfuggita all’agguato, l’eroina s’era celata sotto i panni d’una ostessa o ancella di castello, come noi la vedevamo ora tanto in persona quanto nell’arca-no della Temperanza mescere un purissimo vino (quale i motivi bacchici dell’Asso di Coppe garanti-vano). Eccola ora apparecchiare una tavola per due, attendere il ritorno dello sposo, e spiare ogni muovere di fronda in questo bosco, ogni tirar di carte in questo mazzo di tarocchi, ogni colpo di scena in questo incastro di racconti, finché non si arriva alla fine del gioco. Allora le sue mani spar-pagliano le carte, mescolano il mazzo, ricomincia-no da capo.

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La taverna dei destini incrociati
La taverna Veniamo fuori dal buio, no, entriamo, fuori c’è buio, qui si vede qualcosa, in mezzo al fumo, la lu-ce è fumosa, forse di candele, però si vedono i co-lori, dei gialli, dei blu, sul bianco, sulla tavola, macchie colorate, rosse, anche verdi, coi contorni neri, disegni su rettangoli bianchi sparpagliati sul tavolo. C’è dei bastoni, rami fitti, tronchi, foglie, come fuori prima, delle spade che ci dànno addos-so colpi taglienti, d’in mezzo alle foglie, le imbo-scate nel buio dove c’eravamo perduti, per fortu-na alla fine abbiamo visto una luce, una porta, c’è degli ori che brillano, delle coppe, questa tavolata con bicchieri e piatti, scodelle di zuppa fumante, boccali di vino, siamo in salvo ma ancora mezzo morti dallo spavento, possiamo raccontarla, ne avremmo da raccontare, ognuno vorrebbe raccon-tare agli altri cosa gli è successo a lui, cosa gli è toccato di vedere, coi suoi occhi nel buio, nel si-lenzio, qui adesso c’è rumore, come farò a farmi sentire, la mia voce non la sento, non mi esce la voce dalla gola, non ho voce, non sento nemmeno la voce degli altri, si sentono i rumori, non sono mica sordo, sento acciottolare le scodelle, stappare i fiaschi, tambureggiare coi cucchiai, masticare, ruttare, faccio dei gesti per dire che ho perduto la parola, anche gli altri stanno facendo gli stessi ge-sti, sono muti, abbiamo perso la parola tutti, nel bosco, tutti quanti siamo intorno a questa tavola, uomini e donne, benvestiti o malvestiti, spaventa-ti, anzi spaventosi a vedersi, tutti con i capelli
52 La taverna dei destini incrociati bianchi, giovani e vecchi, anch’io mi specchio in uno di questi specchi, di queste carte, ho i capelli bianchi anch’io dallo spavento. Come faccio a raccontare adesso che ho perduto la parola, le parole, forse pure la memoria, come faccio a ricordare cosa c’era lì fuori, e una volta ri-cordato come faccio a trovare le parole per dirlo; e le parole come faccio a pronunciarle, stiamo tutti cercando di far capire qualcosa agli altri a gesti, a smorfie, tutti come scimmie. Meno male ci sono queste carte, qua sul tavolo, un mazzo di tarocchi, di quelli più comuni, marsigliesi, come li chiama-no, detti anche bergamaschi, oppure napoletani, piemontesi, chiamateli come volete, se non sono gli stessi s’assomigliano, nelle osterie dei paesi, nel grembiule delle zingare, disegni a linee marcate, grossolane, però con dettagli che non ci s’aspette-rebbe, che non si capiscono neanche tanto bene, come se quello che li intagliava, questi disegni, nel legno, per stamparli, li avesse ricalcati, con le sue grosse mani, da dei modelli complicati, lavorati di fino, con chissà quanta roba studiata a regola d’ar-te, e lui ci avesse dato dentro con la sua sgorbia, come viene, senza neanche star lì a capire cosa stava copiando, e poi avesse spalmato i legni coi suoi inchiostri e via. Ci mettiamo le mani sopra tutti insieme, sulle carte, qualcuna delle figure messa in fila con altre figure mi riporta nella memoria la storia che mi ha portato qui, cerco di riconoscere cosa mi è succes-so e di mostrano agli altri che intanto sono lì e che cercano nelle carte pure loro, e mi mostrano col dito una figura o l’altra, e niente va bene con niente, e ci strappiamo le carte di mano, e le spar-pagliamo per il tavolo. vap….94% 14.4″ rm Storia dell’indeciso Uno di noi gira una carta, la tira su, la guarda co-me se si guardasse in uno specchietto. E vero, il Cavaliere di Coppe pare proprio tutto lui. Non è solo nella faccia, ansiosa, a occhi sgranati, coi ca-pelli lunghi che gli scendono sulle spalle, diventati bianchi, che si nota la somiglianza, ma anche nelle mani che lui muove sul tavolo come non sapesse dove metterle, e che nella figura eccole li che reg-gono, la destra, una coppa troppo grossa in equili-brio sul palmo e, la sinistra, le briglie appena con la punta delle dita. Anche al cavallo si comunica quest’atteggiamento traballante: si direbbe non riesca a poggiare forte gli zoccoli sul terreno smosso. Trovata quella carta, al giovane, in tutte le altre carte che gli vengono sottomano, sembra di rico-noscere un senso speciale, e le va mettendo in fila sul tavolo, come se seguisse un filo dall’una all’al-tra. La tristezza che gli si legge in faccia mentre mette giù, insieme a un Otto di Coppe e a un Dieci di Bastoni l’Arcano che, secondo i posti, chiamano dell’Amore, o dell’Amoroso, o degli Amanti, fa pensare a una pena di cuore che l’abbia spinto a levarsi da un accaldato banchetto e a prendere aria nel bosco. O addirittura a disertare la festa delle proprie nozze, a farsi uccel di bosco il giorno stesso del proprio matrimonio. Forse ci sono due donne nella sua vita, e lui non sa scegliere. Così appunto lo rappresenta il dise-gno: ancora biondo, in mezzo alle due rivali, una
54 La taverna dei destini incrociati che l’acchiappa per una spalla fissandolo con oc-chio voglioso, l’altra che gli si struscia addosso con un languido movimento di tutta la persona, men-tre lui non sa da che parte rigirarsi. Ogni volta che sta per decidere quale delle due gli conviene come sposa, si convince che può benissimo rinun-ciare all’altra, e così si rassegna a perdere questa ogni volta che s’accorge di preferire quella. L’uni-co punto fermo in questo va e vieni di pensieri è che può fare a meno sia dell’una che dell’altra, perché ogni scelta ha un rovescio cioè una rinun-cia, e così non c’è differenza tra l’atto di scegliere e l’atto di rinunciare. Da questo vicolo cieco poteva liberarlo solo un viaggio: il tarocco che ora il giovane mette sul ta-volo sarà di certo Il Carro: i due cavalli tirano il pomposo veicolo per le vie accidentate del bosco, a briglia lenta, come è sua abitudine di lasciarli andare, di modo che quando s’arriva a un bivio non tocchi a lui la scelta. Il Due di Bastoni segnala l’incrocio di due strade; i cavalli prendono a tirare uno di qua e uno di là; le ruote sono disegnate tanto divergenti che sembrano perpendicolari alla strada, segno che il carro sta fermo. Oppure, se si muove, tanto varrebbe che restasse fermo, come succede a molti davanti ai quali s’aprono gli snodi delle strade più lisce e più veloci, che trasvolano le valli su pilastri altissimi e trapassano il granito del-le montagne, e sono liberi d’andare dappertutto, e dappertutto è sempre uguale. Così lo vedevamo lì stampato nella posa falsamente decisa e padrona di sé d’un trionfante conduttore di veicoli; ma si portava sempre dietro il suo animo diviso, come le due maschere dallo sguardo divergente che aveva sul mantello. Per decidere che strada prendere non c’è che ri-mettersi alla sorte: il Fante di Denari rappresenta il Storia dell’indeciso 55 giovane mentre butta in aria una moneta: testa o croce? Forse né l’una né l’altra, la moneta rotola rotola e resta diritta in un cespuglio, ai piedi d’u-na vecchia quercia giusto in mezzo alle due strade. Con l’Asso di Bastoni il giovane vuole certo rac-contarci che non sapendo decidere se proseguire da una parte o dall’altra, non gli è rimasta altra via che scendere dal carro e arrampicarsi su per il tronco nodoso, per i rami che con le successive bi-forcazioni continuano a imporgli il tormento della scelta. Almeno spera che tirandosi su da un ramo al-l’altro potrà vedere più lontano, capire dove por-tano le strade; ma il fogliame sotto di lui è fitto, la vista del terreno è presto perduta, e se lui alza lo sguardo verso la cima dell’albero lo abbaglia Il So-le, con raggi pungenti che fanno brillare di tutti i colori le foglie controluce. Però bisognerebbe an-che spiegare cosa rappresentano quei due bambini che si vedono nel tarocco: vorrà dire che guardan-do in su il giovane s’è accorto di non essere solo sull’albero: due monelli l’hanno preceduto arram-picandosi per i rami. Sembrano due gemelli: uguali identici, scalzi, biondi biondi. Forse a quel punto il giovane ha parlato, ha chiesto: – Cosa fate qui, voi due? – op-pure: – Quanto manca alla vetta? – E i gemelli gli hanno risposto indicando con un confuso gestico-lare qualcosa che si vede all’orizzonte del disegno, sotto i raggi del sole, le mura d’una città. Ma dove sono situate, rispetto all’albero, queste mura? L’Asso di Coppe rappresenta appunto una città con tante torri e guglie e minareti e cupole che sporgono fuori dalle mura. E anche foglie di palmizi, ali di fagiani, pinne di pesci-luna azzurri, che certo spuntano dai giardini, dalle voliere, da-gli acquari della città, in mezzo ai quali possiamo 56 La taverna dei destini incrociati immaginare i due monelli che si rincorrono e scompaiono. E questa città sembra in equilibrio in cima a una piramide, che potrebbe anche essere la vetta del grande albero, cioè si tratterebbe d’una città sospesa sui rami più alti come un nido d’uc-celli, con le fondamenta pendule come le radici ae-ree di certe piante che crescono in cima ad altre piante. Le mani del giovane nel posare le carte sono sempre più lente e incerte, e noi abbiamo tutto il tempo di tenergli dietro con le nostre congetture, e di rimuginare in silenzio le domande che certo gli saranno girate in testa, come ora a noi: – Che città è questa? È la Città del Tutto? È la città do-ve tutte le parti si congiungono, le scelte si bilan-ciano, dove si riempie il vuoto che rimane tra quello che ci s’aspetta dalla vita e quello che ci tocca? Ma chi c’era, nella città, a cui il giovane potesse domandare? Immaginiamoci che sia entrato per la porta ad arco nella cinta delle mura, che si sia inoltrato in una piazza con un’alta scalinata in fondo, e che in cima a questa scala sieda un perso-naggio dagli attributi regali, divinità in trono o angelo coronato. (Dietro le spalle gli si vedono due prominenze che potrebbero essere la spalliera del trono, ma anche un paio d’ali, malamente ri-calcate nel disegno). – È questa la tua città? – il giovane avrà do-mandato. – La tua, – migliore risposta non avrebbe potu-to ricevere, – qui troverai quello che chiedi. Figuriamoci se lui, preso alla sprovvista, è capa-ce a esprimere un desiderio sensato. Accaldato per essersi arrampicato fin lassù, avrà soltanto detto: – Ho sete! E l’angelo in trono: – Non hai che da scegliere Storia dell’indeciso 57 a quale pozzo bere, – e avrà indicato due pozzi uguali che s’aprono nella piazza deserta. Il giovane, basta guardarlo per capire che si sente un’altra volta perduto. La potenza coronata ora brandisce una bilancia e una spada, attributi dell’angelo che veglia sulle decisioni e gli equili-bri, dall’alto della costellazione della Libra. Dun-que pure nella Città del Tutto si è ammessi sol-tanto attraverso una scelta e un rifiuto, accettan-do una parte e rinunciando al resto? Tanto vale che lui se ne vada com’è venuto; ma nel girarsi vede due Regine affacciate a due balconi l’uno dirimpetto all’altro ai due lati della piazza. Ed ecco che gli sembra di riconoscere le due donne della sua scelta mancata. Pare che siano lì di guardia, per non lasciarlo uscire dalla città, tan-t’è vero che impugnano ciascuna una spada sguainata, l’una con la destra, l’altra – certo per simmetria – con la sinistra. Oppure, se sulla spa-da dell’una non c’erano dubbi, quella dell’altra poteva essere anche una penna d’oca, o un com-passo chiuso, o un flauto, o un tagliacarte, e allo-ra le due donne stavano a indicare due diverse vie che s’aprono a chi ha ancora da trovare se stesso: la via delle passioni, che è sempre una via di fatto, aggressiva, a tagli netti, e la via della sapienza, che richiede di pensarci su e imparare a poco a poco. Nel disporre e indicare le carte le mani del giovane ora accennano a oscillazioni e sbanda-menti nella successione, ora si contorcono rim-piangendo ogni tarocco già giocato che meglio valeva tenere in serbo per un altro gioco, ora si lasciano andare in molli gesti d’indifferenza, a si-gnificare che ogni tarocco e ogni pozzo sono uguali come le coppe che si ripetono identiche nel mazzo, come nel mondo dell’uniforme gli og-
58 La taverna dei destini incrociati Storia dell’indeciso 59 getti e i destini ti si squadernano davanti inter-cambiabili e immutabili, e chi crede di decidere è un illuso. Come spiegare che per la sete che ha in corpo non gli basta questo pozzo né quello? È la cisterna dove le acque di tutti i pozzi e tutti i fiumi sfocia-no e si confondono che lui vuole, il mare che è raffigurato nell’Arcano detto della Stella o delle Stelle, dove si celebrano le origini acquatiche della vita come trionfo della mescolanza e della grazia-didio buttata a mare. Una dea nuda prende due caraffe che contengono chissà quali succhi messi in fresco per chi ha sete, (tutt’in giro sono le dune gialle d’un deserto assolato), e le rovescia a innaf-fiare la riva di ghiaia: e in quell’istante una vege-tazione di sassifraghe spunta in mezzo al deserto, e tra le grasse fronde canta un merlo, la vita è spreco di materiale che va a ramengo, il calderone del mare non fa che ripetere quello che succede dentro costellazioni che continuano da miliardi d’anni a pestare gli atomi nei mortai delle loro esplosioni, qui evidenti pur nel cielo color latte. Dal modo che il giovane sbatte questa carta sul tavolo è come se lo sentissimo gridare: – È il ma-re, è il mare che voglio! – E il mare avrai! – La risposta della potenza astrale non poteva che annunciare un cataclisma, il sollevarsi del livello degli oceani verso le città abbandonate, a lambire le zampe dei lupi rifugiati sulle alture ululando verso la Luna incombente, mentre l’esercito dei crostacei avanza dal fondo degli abissi a riconquistare il globo. Un fulmine che picchia sulla vetta dell’albero diroccando ogni mura e torre della città sospesa, il-lumina una vista ancora più orripilante, cui il gio-vane ci prepara scoprendo una carta con gesto len-to e occhi atterriti. Alzandosi in piedi sul suo tro-no il regale interlocutore cambia che non lo si ri-conosce più: dietro le spalle non è un piumaggio angelico che s’apre, ma due ali di pipistrello che oscurano il cielo, gli occhi impassibili si sono fatti strabici e obliqui, la corona ha buttato rami di corna, il manto cade e scopre un corpo nudo d’er-mafrodito, mani e piedi si prolungano in artigli. – Ma non eri un angelo? – Sono l’angelo che abita nel punto in cui le li-nee si biforcano. Chiunque risalga le cose divise m’incontra, chiunque scenda al fondo delle con-traddizioni s’imbatte in me, chi torna a mescolare il separato si ritrova la mia ala membranosa sulla guancia! Ai suoi piedi sono ricomparsi i due gemelli sola-ri, trasformati in due creature dalle fattezze insie-me umane e animalesche, con corna coda penne zampe scaglie, collegati al grifagno personaggio da due lunghi filamenti o cordoni ombelicali, e allo stesso modo ognuno di loro è probabile che tenga al guinzaglio altri due diavoletti più piccoli rimasti fuori dal disegno, e così di ramo in ramo si tende una rete di filamenti ohe il vento fa dondolare co-me una grande ragnatela, tra uno svolazzare d’ali nere di grandezza decrescente: nottole, gufi, upu-pe, falene, calabroni, moscerini. Il vento o le onde? Le linee tratteggiate in fon-do alla carta potrebbero indicare che la grande marea sta già sommergendo la cima dell’albero e tutta la vegetazione si disfa in un ondeggiare d’al-ghe e di tentacoli. Ecco come viene esaudita la scelta dell’uomo che non sceglie: ora sì che ce l’ha, il mare, affonda a capofitto, dondola tra i coralli degli abissi, Appeso per i piedi ai sargassi che gal-leggiano a mezz’acqua sotto la superficie opaca dell’oceano, e trascina i capelli verdi di lattuga marina a spazzare i fondali scoscesi. (Dunque è

60 La taverna dei destini incrociati proprio questa la carta in cui Madame Sosostris, clairvoyante famosa ma di poco attendibile no-menclatura, divinando i destini privati e generali dell’emerito funzionario della Lloyds, ha ricono-sciuto un marinaio fenicio annegato?) Se la sola cosa che lui voleva era uscire dalla limitazione individuale, dalle categorie, dai ruoli, sentire il tuono che romba nelle molecole, il me-scolarsi delle sostanze prime ed ultime, ecco la via che gli si apre attraverso l’Arcano detto Mondo: Venere danza incoronata nel cielo della vegetazione, circondata dalle incarnazioni di Zeus multiforme; ogni specie ed individuo e tut-ta la storia del genere umano non sono che un casuale anello d’una catena di mutazioni e evolu-zioni. Non gli manca che portare a termine il grande giro della Ruota in cui evolve la vita animale e di cui non puoi mai dire qual è l’alto e quale il bas-so, o il giro ancora più lungo che passa per il di-sfacimento, la discesa fino al centro della terra nelle colate degli elementi, l’attesa dei cataclismi che rimescolano il mazzo dei tarocchi e riportano alla luce gli strati sepolti, come nell’Arcano del terremoto finale. Tremito delle mani, incanutimento precoce erano tracce ben leggere di quel che il nostro sventurato commensale aveva passato: in quella stessa notte era stato sminuzzato (spade) nei suoi elementi primi, era passato per i crateri dei vul-cani (coppe) attraverso tutte le ere della terra, aveva rischiato di restare prigioniero nell’immo-bilità definitiva dei cristalli (ori), era riapparso alla vita attraverso il lancinante germogliare del bosco (bastoni), fino a riprendere la propria iden-tica forma umana in sella al Cavallo di Denari. Ma è davvero lui o non piuttosto un suo sosia, Storia dell’indeciso 61 che appena restituito a se stesso s’è visto venire avanti per il bosco? – Chi sei? – Sono l’uomo che doveva sposare la ragazza che tu non avresti scelto, che doveva prendere l’altra strada del bivio, dissetarsi all’altro pozzo. Tu non scegliendo hai impedito la mia scelta. – Dove stai andando? – A un’altra locanda da quella che tu incon-trerai. – Dove ti rivedrò? – Impiccato a un’altra forca da quella cui ti sa-rai impiccato. Addio.
‘ _.-ree:’~§*“?7*` 7ff-(` _’ ¬~.-rl”,››v _._1..+.. 4’4u Storia della foresta che si vendicaIl filo della storia è ingarbugliato non solo perchéè difficile combinate una cartacon l’altra ma an-chepercbéogninuovacartacheilgiovaneoercadi mettere in fila con le altre ci sono dieci maniche s’allungano per portargliela via se infilarla inun’altra storia che ciascuno sta mettendo su, e aun certo punto le carte gli scappano da tuttß leparti e lui deve tenerle ferme con le mani, con gliavambracci, coi gomiti, e così le nasconde anche achi cerca di capire la storia che sta raccontandolui. Per fortuna tra tutte quelle mani invadenti cen’è anche un paio che gli viene in aiuto a tenere lecarte in fila, e siccome sono mani che come gran-dezzaecomepesonefannotredellealtrqeilpolso e il braccio sono grossi in proporzione. C C0-si la forza e la decisione con cui s’abbattono sultavolo, va a finire che le carte che il giovane inde-ciso riesce a tenere insieme sono quelle che resta-no sotto la protezione delle manone sconosciute,protezione che non si spiega tanto con l’interesseper la storia delle sue indecisioni quanto col casua-le accostamento d’alcune di queste carte in cuiqualcuno ha riconosciuto una storia che gli sta piùa ‘cuore cioè la sua propria.Qualcuno, anzi qualcuna: perché, dimensioni apartqlaformadiquesteditaemaniepolsiebraccia è quella che distingue dita mani polsi brac-cia femminili, di ragazza paffutella e tornita, e di-fatti risalendo per queste membra si percorre lapersona d’una gigantesca giovinetta che fino a po-Storiadellaƒoresncbesíveudìca 63co”fa~ se n’è stata a sedere in mezzo a noi buonabuona, e tutt’a un tratto, vinta la   blpreso a gesticolare menando gomitate nello stoma-co dei  e ribaltandoli giù dalla panca.Inostri sguardi s’alzano al suo viso che arrossi-sce – o per timidezza o per collera, – poi s’abbas-sano sulla figura della Regina di Bastoni che le ras-somiglia parecchio, nelle sode fattezze campagno-le, incorniciare dai rigogliosi capelli canuti, e nelportamento brusco. Ha indicato quella carta conuna ditata che sembra un pugno sul tavolo, e ilmugolio che le esce dalle labbra imbronciate sem-bra voler dire:- Sì, sono proprio io, quella, e questi folti basto-ni sono la foresta in cui sono stata allevata da unpadre che, non aspettandosi più niente di buonodal mondo civile, s’era fatto Eremita in questi bo-schi, per tenermi lontana dai cattivi influssi delconsorzio umano. Ho educato la mia Fontan giocan-do coi  e coi lupi, e ho imparato che la fo-resta, pur vivendo dello sbranarsi e inghiottirsicontinuo d’-animali e vegetali, è regolata da unalegge: la forza che non isa fermarsi in tempo; bi-sonte o uomo o condor, fa il deserto intorno e cilascia le cuoia, e servirà da pascolo alle formiche ealle mosche…e Questa legge, che gli antichi cacciatori conosce-vano bene ma che oggi nessuno più ricorda, la sipuò decifrare nel gesto inesorabile ma controllatocon cui la bella domatrice torce le fauci d’un leonecon la punta delle dita.Cresciuta in confidenza con le bestie selvatiche,era rimasta selvatica in presenza delle persone.Quando sente il trotto d’un cavallo e per i sentieridel bosco vede passare un bel Cavaliere, lo spia ditrai cespugli, poi scappa intimidita, poi taglia giùper soorciatoieper non perderlo di vista. Ecco cheil!i\_`›7f. vj\ l’\ IInlflJr ‘  > 1WS -*__.::RC›’   1′ l KN(äåííì

‘ af‘,if`cp, »f, lx in-fu- 11Angnnfr-1-1171 Mg*_ gs   L E” .14’f RF?Lf “Qi”/  gl.H S ‘7/ 4|“‘ `. 4 .:HMLL n11 }64 L’ MI… ._lo ritrova appeso per i piedi a un rarno da un bri-gante di passo, che gli svuota le tasche dell’ultimoquattrino. Non ci sta a pensar su, la ragizwna bo-schereccia: si butta sul brigante mulinando la suaclsva: come rami secchi crepitano ossa tendini ar-ticolazioni cartilagini. Qui dobbiamo supporre chelei abbia staceato dall’|lbero il bel giovane e Pab-bia rianimato alla maniera dei-leoni, leocandolo sulviso. Da una borraccia che porta a traoolln versaDueCopped’unabevandadicuileisolahalaricetta: qualoosa come sueco di ginepro fermenta-to e latte acido di capra. Il cavaliere si presents:- Sono principe ereditario del.l’Impero, figlio uni-on dl Sun Maesth. M’hai salvato. Dimmi come_–,B   arhgiocare un po’ con me, – e si  -tra igeorbezzoli. Quella bevanda era unpotenre   Lui la   Svelta sveltala narratrice-vorrebbe far passare sotto i nostri oc-ehi 1’Arcano I1Mondo come un accenno verecon-do: –   In questo gioco, presto la mia fanciullezzaandb perduta., – ma il disegno rnostra senza reti-cenze- come al giovane s’era rivelata la nuditi dilei, trasfigurata in una danza amorosa, e come aogni volteggio di questa danza lui scoprisse in leiuna nuova virtu: forte come una leonessa, alterscome un’aquila, -materna come una mucca, soavecome untangelo.Uinvaghimento del principe e oonfermato dsltarocco seguente, L’Arnone, che pure mettc inguardia contro una situazione ingarbugliata: il gio-vanotto risultava sposato, e la sua legittima con-sorte non intendeva lasciarselo scappare.- Le pestoie legali poco contano nella forests:  qui con me e dimentica la corte, la sua eti-ehetra e i suoi intrighi, – questa propoeta 0 limugualmente sensata gli deve aver fatto la ragazza;Stan)-dellnforeshcbesinendiaa 65e non tien conto che i principi possono were deiprincipi.- Solo Il Papa pub sciogliermi dal primo matri-  Tu aspettami qui. Vaclo, sbrigo la pratica eritorno, – e salito sul suo Cerro parte senza nem-meno voltarsi, assegnandole una modesta provvi-gione (Tre Denari).Ahhandonata, in breve volgere di Stelle, e coltadalledoglie. Si trascinainrivaaunrivo. Lebelvedel bosoo sanno ben partorire senza aiuto, e lei haimparato da loro. Di alla luce del Sak due gemellicos) robusti che gii stavano in piedi.- Coi miei figli mi presenterb a chiedere Giusti-zia all’Ifnp¢ratore in persona, che riconosceri inme la vera sposa del sun erede e genitrice dei suoidisoendenti; – e con questo proposito si metre inmarcia verso la capitale.Avanza e avanza, la foresta non finiva. Incontraun uomo che scappa come un Matte, inseguito dailupi.- Dove credi d’andare, malcapitata? Non esistepin citti né impero! Le strade non portano pin danessun luogo a nessun luogo! Guards!L’erba gialla e stentata e la sahbia del desertocoprono I’asfalto e i marciapiedi della citti, sulledune ululano gli sciacalli, nei palazzi abbandonatisotto la Luna le finestre s’aprono come occhiaieV\l0t¢, da scantinati e sotterranei dilagano i topi egli scorpioni.Eppure la citth non e xnorta: i rnacchinari i mo-tori le turbine continuano a ronzare e a vibrare,ogni Ruota a ingranare i suoi denti in altre ruote, ivagoniacorreresuibinarieisegnalisuifilhenessun uomo é pin li a trasmettere o a ricevere, arifornire o a scaricare. Le rnacchine che da temposapevano di poter fare a meno degli uomini, final-mente li hanno cacciati; e dopo un lungo esilio gli7_ F‘e; j f‘ ‘n21 f qéîîl mîîssa,»‘°“f_)‘,‘ è _/“  ‘:‘\‘__, ‘l’» . fi-fi-ilfîZiîîîf‘ VAs_ è‘I
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E-E-ZI-Z° è?‘-.. ‘.Èìkfîiîî91.54244223:L ‘L; 2:1. -. 1gîJhmalmiffl66 Immenuadeidestiniincmcrhtianimali selvatici sono tornati a occupare i territoristrappati alla foresta: volpi e martore allungano lasoffice coda sui quadri di comando costellati dimanometri e leve e quadranti e  tassi eghiri si crogiolano sugli accumulatori e sui magne-ti. L’uomo è stato necessario: adesso è inutile.Perché il mondo riceva informazioni dal mondo ene goda bastano ormai i calcolatori e le farfalle.Così si conclude la vendetta delle forze terrestriscatenate in scoppi a catena di trombe d’aria e ditifoni. Poi gli uccelli, già dati per estinti, si molti-plicano e calano a stormi dai quattro plmti cardi-nali con uno stridio assordante. Quando il genereumano rifugiato in buche sotterranee prova a rie-mergere, vede il cielo oscurato da una fitta coltred’ali. Riconoscono il giorno del Giudizio com’èrappresentato nei tarocchi. E che d’un’altra cartas’avverava l’annuncio: verrà il giorno in cui unapiuma butterà giù la torre di Nembrotte.Storia del guerriero soprawissutoAnche se la narratrice è una che sa il fatto suo,non è detto che la sua storia si segua meglio del-Paltra. Perché le cose che le carte nascondono so-no più di quelle che dicono, e perché appena unacarta dice di più subito altre mani cercano di tirar-la dalla parte loro per imbastirla in un altro rac-conto. Uno magari comincia a raccontare per con-to suo, con carte che sembrano appartenere solo alui, e tutt’a un tratto la conclusione precipita acca-vallandosi con quella d’altre storie nelle stesse fi-gure catastrofìche.Ecco per esempio uno che ha tutta l’aria d’esse-re un ufficiale in servizio, e ha cominciato col ri-conoscersi nel Cavaliere di Bastoni, anzi ha passatola carta in giro, perché si veda che bel cavallo in-gualdrappato lui montava quel mattino, quando èpartito dalla caserma, e che attillata uniforme in-dossava, guernita di lucenti piastre di corazza, conuna gardenia alla fibbia d’un gambale. Il suo au-tentico aspetto, – sembra dire, – era quello, e seadesso noi lo vediamo male in arnese e male ingamba è solo per la spaventosa avventura che siprepara a raccontare.Ma a ben guardare quel ritratto contiene ancheelementi che corrispondono al suo aspetto d’ades-so: i capelli bianchi, l’occhio vaneggiante, la lanciaspezzata e ridotta a un troncone. A meno che sitrattasse non d’un pezzo di lancia (tanto più chelo reggeva con la sinistra) ma d’un foglio di perga-mena arrotolato, un messaggio che gli era stato or-
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E-E-ZI-Z° è?‘-.. ‘.Èìkfîiîî91.54244223:L ‘L; 2:1. -. 1gîJhmalmiffl66 Immenuadeidestiniincmcrhtianimali selvatici sono tornati a occupare i territoristrappati alla foresta: volpi e martore allungano lasoffice coda sui quadri di comando costellati dimanometri e leve e quadranti e  tassi eghiri si crogiolano sugli accumulatori e sui magne-ti. L’uomo è stato necessario: adesso è inutile.Perché il mondo riceva informazioni dal mondo ene goda bastano ormai i calcolatori e le farfalle.Così si conclude la vendetta delle forze terrestriscatenate in scoppi a catena di trombe d’aria e ditifoni. Poi gli uccelli, già dati per estinti, si molti-plicano e calano a stormi dai quattro plmti cardi-nali con uno stridio assordante. Quando il genereumano rifugiato in buche sotterranee prova a rie-mergere, vede il cielo oscurato da una fitta coltred’ali. Riconoscono il giorno del Giudizio com’èrappresentato nei tarocchi. E che d’un’altra cartas’avverava l’annuncio: verrà il giorno in cui unapiuma butterà giù la torre di Nembrotte.Storia del guerriero soprawissutoAnche se la narratrice è una che sa il fatto suo,non è detto che la sua storia si segua meglio del-Paltra. Perché le cose che le carte nascondono so-no più di quelle che dicono, e perché appena unacarta dice di più subito altre mani cercano di tirar-la dalla parte loro per imbastirla in un altro rac-conto. Uno magari comincia a raccontare per con-to suo, con carte che sembrano appartenere solo alui, e tutt’a un tratto la conclusione precipita acca-vallandosi con quella d’altre storie nelle stesse fi-gure catastrofìche.Ecco per esempio uno che ha tutta l’aria d’esse-re un ufficiale in servizio, e ha cominciato col ri-conoscersi nel Cavaliere di Bastoni, anzi ha passatola carta in giro, perché si veda che bel cavallo in-gualdrappato lui montava quel mattino, quando èpartito dalla caserma, e che attillata uniforme in-dossava, guernita di lucenti piastre di corazza, conuna gardenia alla fibbia d’un gambale. Il suo au-tentico aspetto, – sembra dire, – era quello, e seadesso noi lo vediamo male in arnese e male ingamba è solo per la spaventosa avventura che siprepara a raccontare.Ma a ben guardare quel ritratto contiene ancheelementi che corrispondono al suo aspetto d’ades-so: i capelli bianchi, l’occhio vaneggiante, la lanciaspezzata e ridotta a un troncone. A meno che sitrattasse non d’un pezzo di lancia (tanto più chelo reggeva con la sinistra) ma d’un foglio di perga-mena arrotolato, un messaggio che gli era stato or-
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70 latwenudeidesuhiincrocictiscono a levare le teste piu in su delle foglie cl’erbacalpestate.Alcuni che La Marta non ha ancora irrigiditoannaspano come imparando a nuotare nella fan-ghiglia nera del loro sangue. Qua e la fiorisce unamano, s’apre e chiude cercando il polso da cui estata troncata, un piecle si prova a muovere passileggeri senza piii un corpo da reggere sopra le ca-viglie, teste di paggi c di sovrani scrollano lc lun-ghe chiolne ricadenti sugli occhi 0 cercano di rad-drizzare la corona sghemba sulla calvizie e nonfanno che scavare la polvere col mento e masticareghiaia.- Quale rovina s’e abbattuta su1l’armata impe-riale? – qucsta domanda probabilmente il cavalie-re ha rivolto al primo essere vivente incontrato:qualcuno cosl lordo c sbrindellato che da lontanosomigliava al Matte dei tarocchi e da vicino si sco-priva essere un soldato ferito e zoppicante in fugadal campo della carneficina.Nel muto racconto del nostro ufficiale la vocedi questo scampato suona stonata chioccia farfu-gliante in un dialetto mal intelleggibile frasi smoz-zicate del tipo: – Non stia a far bischerate, sor te-nente! Chi ha gambe scappi! La frittata ha dato ilgiro! Quello I: un esercito che chi lo sa di dovecanchero E: uscito, mai visto prima, scatenassi sata-nati! Sul pifi bello eccoteli li che ci piombano tracollo e capo e gia eravamo buoni per le mosche!Tienti coperto, sor ufficiale, e passa al largo! — Egia il solclataccio s’allontana most:-ando le vergo-gne dal rotto delle brache, annusato dai cani ran-dagi come fratello loro nel puzzo, trascinandosiclietro il fagotto del bottino racimolato nelle ta-sche clei cadaveri.Ci vuol altro per distogliere il nostro cavalieredall’avanzare. Scansanclo l’ululato degli sciacalli,Storia delgpeniem xopmvvissuto 71perlustra i confini del campo di morte. Al lumedella Luna vede luccicare appesi a un albero unoscudo dorato e tma Spada d’argento. Riconosce learmi del suo nemico.Dalla carta accanto si sente un fiottare d’acqua.Un torrente scorre la sotto tra le canne. I1 guerrie-ro sconosciuto é ferrno sulla riva e si sta spoglian-do dell’armatura. Il nostro ufficiale certo non pubattaccarlo in quel rnomcnto: si nasconde per atten-derlo al varco quando sia di nuovo armato e ingrado di difendersi.Dalle piastre dell’ai-matura escono membrabianche c gentili, da1l’elmo una cascata cli capellibruni che si sciolgono lungo il dorso fino al puntoin cui s’inarca. Quel guerriero ha pelle di giovinet~ta, polpe di dams, seno e grembo di regina: 2- unaclonna che sotto Le Stelle accoccolata sul ruscellova facendo le abluzioni della sera.Come ogni nuova carta che si posa sul tavolspiega 0 corregge il senso delle carte precedenti,cosi qucsta scoperta manda al1’aria le passioni e ipropositi del cavaliere: se prima in lui emulazioneinviclia rispetto cavalleresco per l’awersario valo-roso si scontravano con l’urgenza di vincere ven-dicarc sopraffare, ora la vergogna cl’esser stato te-nuto in scacco cla un braccio di fanciulla, la frettadi ristabilirc la supremazia maschile vilipesa siscontrano con lo struggimento di darsi subito pervinto, catturato da quel braccio, da quell’ascella,da quel seno.Il primo di questi nuovi impulsi e il piu forte: sele parti dell’uomo e della donna si sono mescolateoccorre subito 1-idistribuire le carte, restaurarel’ordine manomesso fuori dal quale uno non sa pix‘:chi e né cosa ci s’aspetta da lui. Quella spada nona un attributo clella donna, é un’usurpazione. IIcavaliere, che con un avversario del suo stesso ses-OK”-: 1.;1“-uwo W‘\’ “4 ‘l\\\ \\ i:15’‘ ‘–4 N4Ep-,6> *-jn; *5’; .7″‘ Ml‘ .:=/-‘5?s
72 La taverna dei destini incrociatiso mai si avvantaggerebbe del sorprenderlo disar-mato, e tanto meno lo deruberebbe di nascosto,ora striscia tra i cespugli, {avvicina alle armi ap-pese, impugna con mano furtiva la spada, la staccadall’albero, scappa. «La guerra tra uomo e donnanon conosce norme né lealtà» pensa, e ancora nonsa quanto per sua sventura è nel vero.Sta per sparire nel bosco quando si sente affer-rato per le braccia e le gambe, legato, Appeso a te»sta in giù. Da ogni macchia della riva sono saltatefuori bagnanti nude dalle lunghe gambe, comequella che si slancia nella carta del Mondo per unvarco tra le fronde. E un reggimento di guerrieregigantesche sciamato dopo la battaglia lungo l’ac-qua a rinfrescarsi e crogiolarsi e ritemprare la loroForza di fulminee leonesse. In un secondo gli sonotutte addosso, te lo pigliano, te lo rovesciano, selo strappano di mano in mano, lo pizzicano, lo ti-rano di qua e di là, lo assaggiano con le dita le lin-gue le unghie i denti, no, non così, ma siete mat-te, lascia lì, cosa mi fate adesso, lì non voglio, ba-sta, mi rovini, ahi ahi ahi pietà.Lasciato lì per morto, viene soccorso da un Ere-mita che a lume di lanterna percorre i luoghi dellabattaglia componendo le spoglie dei morti e medi-cando le piaghe dei mutilati. Il discorso del san-t‘uomo si può ricavare dalle ultime carte che ilnarratore posa sul tavolo con mano tremante:- Non so se meglio sia stato per te sopravvivere, osoldato. La disfatta e la carneficina non s’abbatto-no solo sulle armate della tua bandiera: l’esercitodelle amazzoni giustiziere travolge e massacra ireggimenti e gli imperi, dilaga sui continenti delglobo, da diecimila anni soggetti alla pur fragile si-gnoria maschile. Il precario armistizio che tratte-neva uomo e donna a fronteggiarsi nelle famiglie èrotto: spose sorelle figlie e madri non riconosconoStoria delyaefviem mpmvvifxum 73più in noi padri fratelli figli sposi ma soltanto ne-mici, e tutte accorrono armi in pugno a ingrossarel’esercito delle vendicatrici. I fieri fortilizi del no-stro sesso crollano uno a uno; a nessun uomo èfatta grazia; chi non l’uccidono lo castrano; solo apochi prescelti come fuchi d’alveare è concesso unrinvio, ma li attendono supplizi più atroci ancoraper togliergli la voglia di vantarsi. Per Puomo checredeva d’essere l’Uomo non c’è riscatto. Reginepunitrici governeranno per i prossimi millenni.

testo 4

l.
Storia del regno dei vampiriUno solo tra noi non ha l’aria di spaventarsi nean-che delle carte più funeste, anzi sembra intratte-nere con l‘Arcano Numero Tredici una bruscaconfidenza. E siccome è un omaccione non diver-so da quello che si vede nella carta del Fante di Ba-stoni, e nel mettere le carte in fila pare darci den-tro al suo faticoso lavoro di tutti i giorni, attentoalla regolarità della distesa di rettangoli separatida vialetti, viene naturale di pensare che il legno acui {appoggia nella figura sia il manico d’una palaaffondata in terra e lui eserciti il mestiere di bec-chino.Nella luce incerta le carte descrivono un paesag-gio notturno, le Coppe si profilano come urne ar-che avelli tra le ortiche, le Spade risuonano metal-liche come vanghe o badili contro i coperchi dipiombo, i Bastoni nereggiano come croci storte, gliOri ammiccano come fuochi fatui. Appena unanuvola scopre La Luna si leva Yululato degli scia-calli che raspano furiosi ai bordi delle tombe econtendono le loro putride imbandigioni agli scor-pioni e alle tarantole.In questo scenario notturno possiamo immagi-nare un Re che s’avanza perplesso accompagnatodal suo buffone o nano di corte, (abbiamo le cartedel Re di Spade e del Matto che fanno proprio alcaso), e supporre un dialogo tra loro, che il becchi-no coglie al volo. Cosa sta cercando, il re, lì aquell’ora? La carta della Regina di Coppe ci sugge-risce che egli stia seguendo le tracce di sua moglie;Storia del regno dei vampiri’ 75il buffone l’ha vista uscire di nascosto dalla reggia,e, un po’ per scherzo un po’ sul serio, ha convintoil sovrano a pedinarla. Mettimale com’è, il nanosospetta un intrigo d’Amore; ma il Re è sicuro chetutto ciò che fa sua moglie può apparire alla lucedel Sole: è l’assistenza all’infanzia abbandonatache Pobbliga a tanti andirivieni.E ottimista per vocazione, il Re: nel suo reametutto va per il meglio, i Denari circolanti e ben in-vestiti, le Coppe delfabbondanza offerte alla setefestosa della prodiga clientela, la Ruota del grandemeccanismo che gira per forza propria giorno enotte, e una Giustizia rigorosa e razionale qualequella che affaccia nella sua carta un fisso voltod’impiegata allo sportello. La città che lui ha co-struita è sfaccettata come un cristallo o come PAS-so di Coppe, traforata dalla grattugia di finestredei grattacieli, saliscesa dagli ascensori, autoinco-ronata dalle altostrade, non parca di parcheggi,scavata dal formicaio luminoso delle sottoterrovie,una città le cui cuspidi sovrastano le nuvole e cheseppellisce le ali oscure dei suoi miasmi nelle vi-scere del suolo perché non offuschino la vista dellegrandi vetrate e la cromatura dei metalli.Il buffone invece ogni volta che apre la bocca,tra uno sberleffo e un lazzo, semina sospetti, dice-rie denigratorie, angosce, allarmi: per lui il grandemeccanismo è spinto da bestie infernali, e le alinere che spuntano sotto la coppa-città indicanoun’insidia che la minaccia da dentro. Il Re devestare al gioco: non stipendia forse il Matto appo-sta per farsi contraddire e canzonare? E antica esaggia usanza nelle corti che il Matto o Giullare oPoeta eserciti la sua funzione di capovolgere e de-ridere i valori sui quali il sovrano basa il propriodominio, e  dimostri che ogni linea diritta na-sconde un rovescio storto, ogni prodotto finito@1716
76 La taverna dei destini incrociatiuno sconquasso di pezzi che non combaciano, ognidiscorso filato un bla-bla-bla. Eppure ogni tantoquesti frizzi provocano nel Re una vaga inquietu-dine: anche questa certo prevista, anzi garantitadal contratto tra Re e Giullare, eppure un po’ in-quietante lo stesso, e non solo perché l’unico mo-do di fruire d’un’inquietudine è Pinquietarsi, maproprio perché s’inquieta davvero.Come adesso che il Matto ha condotto il Re nelbosco dove c’eravamo tutti smarriti. – Di forestecosì fitte non sapevo che ne fossero rimaste nelmio reame, – deve aver osservato il monarca, – e aquesto punto, con le cose che si dicono contro dirne, che impedisco alle foglie di fiatare ossigenodai loro pori e digerire luce nei loro verdi succhi,non posso che rallegrarmene.E il Matto: – Fossi in te, Maestà, non mi ralle-grerei tanto. Non è fuori delfilluminata metropoliche la foresta estende le sue ombre, ma dentro:nelle teste dei tuoi sudditi conseguenti e esecutivi.- Vorresti insinuare che qualcosa sfugge al miocontrollo, Matto?- E quello che vedremo.Da fitto che era il bosco va lasciando spazio aviali rincalzati di terra smossa, a fosse rettangola-ri, a un biancheggiare come di funghi che affioradal suolo. Con raccapriccio il Tredicesimo Taroc-co ci avverte che il sottobosco si concima di cada-veri malsecchi e ossa spolpate. _- Ma dove m’hai portato, Matto? E un cimi-tero!E il buffone, indicando la fauna invertebratache pascola nelle tombe: – Qui regna “Il sovranopiù potente di te, Sua Maestà il Verme!- Non ho mai visto nel mio territorio un postodove l’ordine lasci più a desiderare. Chi è quel sa-lame che è preposto a questo ministero?Storia del regno dei vampiri 77- Io per servirla, Maestà, – e ora è il momentoche il becchino entri in scena e snoccioli la sua ti-rata. – Per rimuovere il pensiero della morte i cit-tadini nascondono i cadaveri quaggiù, alla bell’emeglio. Ma poi, rimuovi che rimuovi, ci ripensa-no, e tornano a controllare se sono seppelliti abba-stanza, se i morti essendo morti sono proprioqualcosa di diverso dai vivi, perché altrimenti i vi-vi non sarebbero più tanto sicuri d’essere vivi, di-co beneP, e così, tra sepolture e esumazioni, leva emetti e rimesta, per me c’è sempre un gran daffa-re! – E il becchino si sputa nelle mani e riprende adar di pala.La nostra attenzione si sposta su un’altra cartache sembra non voler dar nell’occhio, La Papessa,e la indichiamo al nostro commensale con un gestointerrogativo che potrebbe corrispondere a unadomanda del Re al becchino, avendo scorto unafigura incappucciata in un mantello da monaca,che s’è accocoolata tra le tombe: – Chi è quellavecchia che razzola nel sepolcreto?- Dio ne scampi, qui di notte gira una mala ge-nìa di donne, – avrà risposto il becchino, segnan-dosi, – esperte in filtri e libri d’incantesimi, chevanno in cerca dîngredienti per i loro malefizi.- Seguiamola, e studiamo il suo comporta-mento.- Non io, maestà! – e il buffone a quel punto sisarà tirato indietro con un brivido, – e vi scongiu-ro di girare al largo!- Devo pur sapere fino a qual punto nel mio re-gno si conservino superstizioni clecrepite! – Sulcarattere ostinato del Re si può giurare: guidatodal becchino, le va dietro.NelPArcano detto Le Stelle vediamo la donnatogliersi il manto e le bende monacali. Non è af-fatto vecchia; è bella; è nuda. Il chiaro di luna
78 La taverna deidesrini incrociatiscintilla di bagliori siderali e rivela che la visitatri-ce notturna del cimitero assomiglia alla regina.Prima è il re, a riconoscere il corpo della consorte,i seni gentilmente a pera, la spalla soffice, la co-scia generosa, il ventre ampio ed oblungo; poi, ap-pena lei alza la fronte e mostra il viso, incorniciatodalla greve capigliatura sciolta sulle spalle, anchenoi restiamo a bocca aperta: se non fosse per l’e-spressione rapita che non è certo quella dei ritrattiufficiali, sarebbe uguale identica alla Regina.- Come si permettono, queste immonde fattuc-chiere, d’assumere le sembianze di persone educa-te e prestigiose? – questa e non altra sarà la rea-zione del Re che, pur d’allontanare ogni sospettoda sua moglie, è pronto a concedere alle stregheun certo numero di poteri soprannaturali, compre-so quello di trasformarsi a loro piacimento. Unaspiegazione alternativa che soddisferebbe meglioai requisiti della verosimiglianza (‘x Mia moglie po-verina col suo esaurimento anche le crisi di son-nambulismo le dovevano venirel») Pflvfà SUbÌÌOscartata vedendo a quali laboriose operazioni sidedica la presunta sonnambula: inginocchiata sul-l’orlo d’una fossa, unge il terreno di torbidi filtri.(Se gli arnesi che tiene in mano non sono da inter-pretare addirittura come fiamme ossidriche spriz-zanti scintille, per dissaldare il piombo d’unabara).Quale che sia il procedimento messo in opera, èdello scoperchiamento d’una tomba che qui sitratta, scena che un altro tarocco prevede per ilgiomo del Giudizio alla fine dei tempi, e che inve-ce veniva anticipato per mano d’una fragile signo-ra. Con l’aiuto di Due Bastoni e d’una fune lastrega estrae dalla fossa un corpo Appeso per i pie-di. E un morto dall’aspetto ben conservato; dalcranio pallido pende una capigliatura folta d’unStoria del regno dei vampiri 79nero quasi azzurro; gli occhi sono sbarrati comeda morte violenta, le labbra contratte sui denticanini lunghi e aguzzi che la strega scopre con ungesto carezzevole.In mezzo a tanto orrore non ci sfugge un parti-colare: come la strega è una sosia della Regina cosìil cadavere e il Re si somigliano come due gocced’acqua. Il solo a non notarlo è proprio il Re, cuisfugge un’esclamazione compromettente: – Stre-ga… vampira… e adultera! – Allora ammette chela strega e sua moglie sono la stessa persona? Oforse pensa che assumendo le fattezze della Regi-na La strega debba rispettarne anche gli obblighi?Forse il sapere d’essere tradito col proprio Dop-pelgiinger potrebbe consolarlo, ma nessuno ha ilcoraggio d’avvertirlo.In fondo alla tomba sta succedendo qualcosadîndeoente: la strega s’è chinata sul cadavere co-me una gallina che cova; ecco che il morto s’erigecome l’Asia di Bastoni; come il Fante di Coppe por-ta alle labbra un calice che la strega gli ha offerto;come nel Due di Coppe brindano insieme, alzandobicchieri rosseggianti d’un sangue fresco e senzacoaguli.- Il mio regno metallico ed asettico è dunqueancora pascolo di vampiri, setta immonda e feuda-le! – il grido del Re dev’essere di questo tenore,mentre i capelli a ciocca a ciocca gli si rizzano incapo e ricadono al loro posto incanutiti. La metro-poli che egli ha sempre creduto compatta e traspa-rente come una coppa intagliata nel cristallo dirocca, si rivela porosa e incancrenita come un vec-chio sughero ficcato li alla meglio per tappare labreccia nel confine umido e infetto del regno deimorti.- Sappi, – e questa spiegazione non può venireche dal becchino, – che quella maliarda nelle nottiî-w”f
30 I4 kverna del” destini iucmciatidi solstizio e d’equinozio va alla tomba del maritoche lei stessa ha ucciso, lo dissotterra,  ricla vitanutrendolo delle proprie vene, e si congiunge a luinel gran sabba dei corpi che di sangue altrui ali-mentano le consunte arterie e riscaldano le puden-da perverse e polimorfe.Di questo empio rito i tarocchi riportano dueversioni, tanto disparate cla sembrare l’opera didue mani diverse: l’una rozza, che si sforza di rap-presentare una figura esecrabile, a un tempo uomodonna pipistrello, denominata II Diavolo; l’altratutta festoni e ghirlande, che oelebra la riconcilia-zione delle forze terrestri con quelle del cielo asimbolo della totalita del Mondo, mediante la dan-za d’una maga o ninfa ignuda tripudiante. (MaPintagliatore dei due tarocchi poteva pur essereuna sola e medesima persona, Padepto clandestined’un culto notturno, che aveva abbozzato con rigi-di tratti lo spauracchio del Diavolo per schernirePignoranza d’esorcisti e inquisitori, e aveva profu-so le sue risorse ornarnentali nelfallegoria dellasua fede scgreta).- Ditemi, brav’uoino, come posso liberate irniei territori da questo flagello? — avra chiesto ilRe e, subito ripreso da un sussulto bellicoso (lecarte di spade sono pur sempre pronte a ricordargliche il rapporto di forze  resta favorevole), forseavra proposto: – Ben potrei far ricorso al mioesercito, addestrato alla manovra aggirante e pre-mente, al mettere a fuoco e a ferro, all’appiccarefurto e incendio, al radere a livello del suolo, anon lasciare filo d’erba, muovere di foglia, animaviva…- Maesta, non e il caso, – lo interrompe il bec-chino che nelle sue notti al cimitero deve averneviste di tutti i colori. – Quando il Sabba si lasciasorprendcre dal primo raggio del sole nascentc,Sharia del rrgno dei uampiri 81tutte le streghe e i vampiri, incubi e succubi, sidanno alla fuga, trasformandosi chi in nottola, chiin vipistrello, chi in altra specie di chirotteri. Sot-to tali spoglie, come ho avuto modo di notare, essiperdono la loro invulnerabilita abituale. A quelmomento, con questa trappola nascosta, catturere-mo la maliarda.- Confido in quel che dite, brav’uomo. Alloraall’opcra!Tutto si compie seconclo i piani del becchino:almeno, questo E quanto ricaviamo dal soffermarsidella mano del Re sul misterioso arcano della Rao-ta, che pub designate tanto la ridda degli spettrizoomorfi, quanto la trappola messa su con mate-riali di fortuna (la iattucchiera c’é cascata dentrosotto forma d’una ributtante pipistrella coronata,insieme a due lemuri suoi succubi, scalpitanti nelrnulinello senza via d’uscita), quanto ancora larampa di lancio in cui il Re ha incapsulato l’infer-nale selvaggina per scaraventarla in un’orbita sen-za ritorno, e sgravarne il campo di gravita terre-stre in cui tutto cib che butti per aria ti ricade sul-la testa, e magari scaricarla sui terreni vaghi dellaLuna, che da troppo tempo governa gli estri dei li-cantropi, le generazioni delle zanzare, i mestrui, epur pretende di serbarsi incontaminata tersa can-dida. Il narratore contempla con sguardo ansiosola curva che allaccia il Due di Denari come se scru-tasse la traiettoria dalla Terra alla Luna, unica viache  sowiene per un’espulsione radicale dell’in-congruo dal suo orizzonte, ammesso che Selenedecaduta dai fastigi di dea si rassegni al rango diceleste pattumiera.Un sussulto. La notte é squarciata da una folgo-re, alta sulla foresta, in direzione della citta lumi-nosa che al1’istante sparisce nel buio, come se ilfulmine si sia abbattuto sul castello reale deca
82 Lamemadeidestiniincmciatitando La Torre più elevata che gratti il cielo dellametropoli, o uno sbalzo di tensione negli impiantitroppo carichi della Grande Centrale abbia anne-rato il mondo nel blackout.«Circuito corto, notte lunga», un proverbio dimalaugurio torna alla mente del becchino e di tut-ti noi, immaginandoci (come ne1l’Arcano NumeroUno detto Il Bagatto) gli ingegneri che in quel mo-mento s’affannano a smontare il gran CervelloMeccanico per trovare il guasto nella confusionedi rotelle tocchetti elettrodi carabattole.Le stesse carte in questo racconto vengono lettee rilette con significati diversi; la mano del narra-tore oscilla convulsa e indica ancora La Torre eL‘Appeso come invitandoci a riconoscere nelle te-lefoto sfocate d’un giornale della sera le istantaneed’un atroce fatto di cronaca: una donna che preci-pita da vertiginosa altezza nel vuoto tra le facciatedei grattacieli. Nella prima di queste due figure lacaduta è ben resa nelPannaspare delle mani, nelrovesciarsi della gonna, nella simultaneità delladoppia immagine vorticante; nella seconda, colparticolare del corpo che prima di sfracellarsi alsuolo s’impiglia per i piedi nei fili, è spiegata la ra-gione del guasto elettrico.E così ci è dato di ricostruire mentalmente ilfattaccio con la voce ansante del Matto che rag-giunge il Re: – La Regina! La Regina! Veniva giùdi schianto! Incandescente! Hai presente le me-teore? Fa per aprire le ali! No, è legata per le zam-pe! Giù a capofitto! S’impiglia.nei fili e resta lì!Tesa all’altezza dell’alta tensione! Scalcia, crepita,sbatacchia! Tira le cuoia, le real membrane dellanostra Sovrana beneamata! Stecchita pende lì…Si leva un tumulto. – La Regina è morta! Lanostra buona Sovrana! S’è buttata dal balcone! IlRe l’ha uccisa! Vendichiamola! – Da tutte le partiStoria del regio dei vampiri 83accorre gente a piedi e a cavallo, armata di Spade,Bastoni, Scudi, e dispongono Coppe di sangue av-velenato per esca. – E una storia di vampiri! Ilregno è in balia dei vampiri! Il Re è un vampiro!Catturiamolo!
Due storie in cui si cerca e ci si perdeGli avventori della taverna si danno spintoni in-torno al tavolo che s’è andato coprendo di carte,sforzandosi di tirar fuori le loro storie dalla mi-schia dei tarocchi, e quanto più le storie diventanoconfuse e sgangherate tanto più le carte sparpa-gliate vanno trovando il loro posto in un mosaicoordinato. E solo il risultato del caso, questo dise-gno, oppure qualcuno di noi lo sta pazientementemettendo insieme? _C’è per esempio un uomo anziano che m mezzoal parapiglia conserva la sua calma meditativa, prima di mettere giù una carta ci studia sopra ognivolta, come assorto in uifoperazione che non S1 S8se riesce, una combinazione d’elementi di pococonto ma da cui può saltar fuori un risultato sor-prendente. La bianca barba professorale e ben te-nuta, lo sguardo grave in cui s’affaccia una puntad’inquietudine, sono alcuni dei tratti che ha in co-mune con la figura del Re di Denari. Questo suoritratto, insieme con le carte di Coppe e d’Ori_chegli si vedono intorno potrebbero servire a defimr-lo come un alchimista che ha speso la sua vita a in-dagare le combinazioni degli elementi e le lorometamorfosi. Negli alambicchi e nelle ampolle chegli va porgendo il Fante di Coppe, suo farnulo o as-sistente, egli scruta il ribollìre di liquidi densi co-me orina, colorati dai reagenti in nuvole d’indacoo di cinabro, da cui devono staccarsi le molecoledel re dei metalli. Ma l’attesa è inutile, ciò che re-sta in fondo ai recipienti è solo piombo.’ IÎDiaernofieìncicisicevraecisiperde 85È a tutti noto, o almeno dovrebb’esserlo, che sel’alchimista cerca il segreto dell’oro per smania diricchezza i suoi esperimenti fanno fiasco: deve in-vece liberarsi degli egoismi e delle limitazioni indi-viduali, diventare una cosa sola con le forze che simuovono in fondo alle cose, e alla prima vera tra-sformazione che è quella di se stesso, le altre se-guiranno docilmente. Avendo dedicato i suoi annimigliori a questa Grande Opera, il nostro anzianocommensale anche adesso che si trova un mazzodi tarocchi in mano è un equivalente della GrandeOpera che vuole comporre, disponendo le carte inun quadrato in cui si leggano dall’alto in basso, dasinistra a destra, e viceversa, tutte le storie com-presa la sua. Ma quando gli sembra d’essere riusci-to a far quadrare le storie degli altri, s’accorge chela storia sua s’è persa.Non è lui il solo a cercare nella successione dellecarte la via d’un cambiamento dentro se stessoche si trasmetta al fuori. C’è anche chi con la bellaincoscienza della gioventù si sente di riconoscersinella più baldanzosa figura di guerriero di tutto ilmazzo, il Cavaliere di Spade, e di prendere di pettole carte più taglienti di Spade e più punture di Ba-stoni per raggiungere il suo traguardo. Ma dovràfare un lungo giro (come indica il segno serpeg-giante del Due di Denari), sfidare (Due di Spade) lepotenze infernali (Il Diavolo) evocate dal MagoMerlino (Il Bagatto) nella foresta di Brocelianda(Sette di Bastoni), se vorrà alla fine essere ammessoa sedersi alla Tavola Rotonda (Dieci di Coppe) dire Artù (Re di Spade), al posto che finora nessuncavaliere è stato degno d’occupare.A ben vedere, tanto per Palchimista quanto peril cavaliere errante il punto d’arrivo dovreblfesse-re l’Asso di Coppe che per l’uno contiene il flogistoo la pietra dei filosofi o l’elisir di lunga vita, e per‘. 33€,’
86 [A taverna dei destini incrociatil’altro è il talismano custodito dal Re Pescatore, ilvaso misterioso che il suo primo poeta non fece atempo a spiegarci cos’era – o non lo volle dire – eche da allora sgorga fiumi d’inchiostro di conget-ture, la Grolla che continua a essere contesa tra lareligione romana e quella celtica. (Forse il trovato-re di Sciampagna proprio questo voleva: tener vi-va la battaglia tra Il Papa e il Druido-Eremita.Non c’è miglior luogo per custodire un segreto cheun romanzo incompiuto).Dunque il problema che quei due nostri com-mensali volevano risolvere disponendo le carte in-torno alPAsso di Coppe era allo stesso tempo laGrande Opera alchemica e la Ricerca del Gral.Nelle stesse carte, una per una, entrambi possonoriconoscere le tappe della loro Arte o Avventura:nel Sole Pastro dell’oro o l’innocenza del fanciulloguerriero, nella Ruota il moto perpetuo o l’incan-tesimo del bosco, nel Giudizio la morte e resurre-zione (dei metalli e dell’anima) o la chiamata ce-leste.Stando così le cose, le due storie rischiano con-tinuamente d’inciampare l’una nelPaltra, se non sene mette bene in chiaro il meccanismo. Ualchimi-sta è colui che per ottenere  scambi nella mate-ria cerca di far diventare la sua anima inalterabilee pura come l’oro; ma si dia il caso d’un dottorFaust che inverte la regola dell’alchimista, fa del-l’anima un oggetto di scambio e cosi spera che lanatura diventi incorruttibile e non occorra più cer-care l’oro perché tutti gli elementi saranno ugual-mente preziosi, il mondo è d’oro e l’oro è il mon-do. Allo stesso modo è cavaliere errante colui chesottomette le sue azioni a una legge morale assolu-ta e severa, perché la legge naturale mantengal’abbondanza sulla terra con assoluta indulgenza;ma proviamo a supporre un Perceval-Parzival-Par-Due storie in cui si cerca e ci si perde 87sifal che inverta la regola della Tavola Rotonda: levirtù cavalleresche saranno in lui involontarie,verranno fuori come un dono della natura, come icolori delle ali delle farfalle, e così compiendo lesue imprese con attonita incuranza, forse riusciràa sottomettere la natura alla sua volontà, a posse-dere la scienza del mondo come una cosa, a diven-tare mago e taumaturgo, a far cicatrizzare la piagadel Re Pescatore e a ridare verde linfa alla terradeserta.Il mosaico di carte che stiamo qui inchiodati aguardare è dunque l’Opera o Ricerca che si vor-rebbe portare a termine senza operare né cercare.Il dottor Faust s’è stancato di far dipendere dallelente trasformazioni che avvengono dentro di sé lemetamorfosi istantanee dei metalli, dubita dellasapienza che s’accumula in una solitaria vita d’E-remita, è deluso dei poteri della sua arte come delcincischiare tra le combinazioni dei tarocchi. Inquel momento un lampo illumina la sua celletta incima alla Torre. Gli compare di fronte un perso-naggio con un cappello a larghe tese, come quelloche portano gli studenti a Wittemberga: forse èun chierico vagante, o un Bagatto ciarlatano, unmago da fiera che ha allestito su di un panchettoun laboratorio di barattoli scompagnati.- Tu credi di contraffare la mia arte? – così il ve-ro alchimista avrà apostrofato l’impostore. – Chebrodaglia rimesti nelle tue pignatte?- Il brodo che era alle origini del Mondo, – cosìpuò aver risposto lo sconosciuto, – da dove hannopreso forma i cristalli e le piante e le specie deglianimali e la schiatta delfuomo sapiente! – e quan-to lui dice appare in trasparenza nella materia chebolle in un crogiolo incandescente, così come oranoi lo contempliamo nell’Arcano xxx. In questacarta, che porta il numero più alto di tutti i taroc-Ù’i‘vi/lJ. ‘a,i: l_ ti _
88 La tavern dei dextini incmciatichi ed it quella che piu vale nel puntcggio dci gio-catori, vola nucla una dea incorniciata di mirto,forse Venere; le quattro figure che stanno intornosono riconoscibili come emblemi devoti piu recen-ti, ma questo non é forse altro chc un prudcntctravestimento d’altre apparizioni meno incompati-bili col trionfo dclla dea la in mezzo, forse centim-ri sirene arpie gorgoni, che reggevano il mondoprima che Pautorita dell’Olimpo l’avesse sotto-messo, oppure forse dinosauri mastodonti prero-dattili mammuth, le prove chc la natura ha fattoprima cli rassegnarsi – non si sa per quanto ancora— al predominio umano. E c’é pure chi vecle ncllafigum central: non una Vcncrc ma l’Ermafrodito,simbolo clelle anime che raggiungono il ccntro delrnondo, punto culminante dell’itine1-at-io che devepercorrere Palchimista.- E puoi fare anchc 1’01-o, dunque? – questoavra domandato il dottorc, a cui l’altro:- Guarda! — deve aver risposto, facendogli bale-nare la vista di‘ casscforti traboccanti di lingottifatti in casa.— E puoi riclarmi la giovinczza?Ecco ch: i1 tentatore gli mostra1’A1-cano dell’A-more, in cui la storia di Faust si confonde conquella di Don Giovanni Tenorio, certo anch’essanascosta nel reticolo dei tarocchi.- Cosa vuoi per cede:-mi il segreto?La carta del Due di Coppe I: un promemoria delsegreto pet fare 1’01-o: e la si pub intenclere comegli spiriti dello Zolfo e dcl Mcrcurio chc si separa-no, 0 come l’unionc del Sole c della Luna, o la lot-ta del Fisso e del Volatile, ricette chc si lcggono intutti i trattati rna chc per riuscirci puoi passaretutta una vita a soffiare sui fornelli e non venimea capo.Pare chc il nostro commcnsale stia decifrandoDue storie in cui xi cerca e ci si perde 89lui stesso nei tarocchi una storia che sta ancora av-venendo all’inte1-no di se stcsso. Ma per il momentanon pare proprio che ci si possano aspettare impre-visti: il Due di Denari con svelta efficacia grafica staa indicare uno scambio, un baratto, un do-ut-des; esiccome la contropartita di questo scambio non pubessere che l’anima del nostro commensalc, ci é age-vole riconoscerne un’ingenua allegoria nella fluidaapparizione alata dell’arcano La Temperanza; e se éil traffico d’anime che preme al losco fattucchiere,non restano dubbi sulla sua identita di Diavolo.Con l’aiuto di Mefistofele, ogni desiderio diFaust é subito soddisfatto. O meglio, per dire le co-se come stanno, Faust ottiene Pcquivalente in orodi cib che dcsidera.- E non sei contento?— Credevo chc la ricchezza fosse i.l diverso, ilmolteplice, il rnutevole, e non vedo che pezzi di me-tallo uniformc che vanno e vengono e s’accumula-no, e non servono ad altro che a moltiplicare sc stes-si, sempre uguali.Tutto quello che le sue mani toccano si trasformain oro. Dunque la storia dcl dottor Faust si confou-de anche con quella del Re Mida, nella cai-ta del-l’Ass0 di Denari che rapprescnta il globo tcrracqueodiventato una sfcra d’oro massiccio, inaridita nellasua astrazione di moneta, incommestibile e invivi-bile.- Gia ti penti d’avere firmato il patto col dia-volo?- No, lo sbaglio é stato barattare una sola animacontro un solo metallo. Solo sc Faust si compromet-te con molti diavoli alla volta salvera la sua animaplurale, trovera pagliuzze d’oro in fondo alla matc-ria plastica, vedra Venere rinascerc continuamentesulle rive di Cipro, dissipando le macchie di nafta,la schiuma di detersivo. ..” aI
90 la taverna dei destini incrociatiL’arcano numero Xvn che può concludere lastoria del dottore in alchimisrno, può pure comin-ciare la storia dell’avventuroso campione, illu-strandone la nascita alla bella stella. Figlio di pa-dre ignoto e di regina spodestata e raminga, Parsi-fal si porta dietro il mistero delle origini. Per im-pedirgli di saperne di più, la madre (che dovevaavere i suoi buoni motivi) gli ha insegnato a nonfare mai domande, e l’l1a allevato in solitudine,esentandolo dal duro tirocinio della cavalleria. Maanche in quelle ispide brughiere errano i cavalierierranti e il ragazzo senza nulla domandare s’in-truppa con loro, impugna le armi, monta in sella ecalpesta sotto gli zoccoli del cavallo la madre,troppo a lungo protettiva.Figlio di connubio colpevole, matricida senzasaperlo, presto coinvolto in un amore ugualmenteproibito, Parsifal corre il mondo leggero, in per-fetta innocenza. Ignorante di tutto ciò che si deveimparare per stare al mondo, si comporta secondole regole cavalleresche perché così gli vien fatto. Esplendente di chiara ignoranza attraversa contradegravate da un’oscura consapevolezza.Terre desolate s’estendono nel tarocco della Lu-na. In riva a un lago d’acque morte c’è un castellosulla cui Torre s’è abbattuta una maledizione. Visoggiorna Amfortas, il Re Pescatore, che qui ve-diamo, vecchio e magagnato, palparsi una piagache non si rimargina. Finché quella piaga non gua-rira, non tornerà a muoversi la ruota delle trasfor-mazioni che passa dalla luce del sole al verde dellefoglie e allallegria delle feste dell’equinozio in pri-mavera.Forse il peccato del Re Amfortas è un sapere in-gorgato, una scienza intristita, conservata forse infondo al recipiente che Parsifal vede portare inprocessione per le scale del castello, e vorrebbe sa-Due storie in cui si cerca e ci si perde 91pere cos’è, eppure tace. La forza di Parsifal è d’es-sere cosi nuovo al mondo e così occupato dal fattod’essere al mondo che non gli viene mai in mentedi far domande su ciò che vede. Eppure bastereb-be una sua domanda, una prima domanda che sca-tenì la domanda di tutto ciò che al mondo non hamai domandato nulla, ed ecco il deposito dei seco-li aggrumato in fondo ai vasi degli scavi si scioglie,le ere schiacciate tra gli strati tellurici riprendonoa scorrere, il futuro recupera il passato, il pollinedelle stagioni cl’abbondanza sepolto da millenninelle torbiere riprende a volare, s’alza sulla polve-re degli anni di siccità…Non so da quanto tempo (ore o anni) Faust eParsifal sono intenti a rintracciare i loro itinerari,tarocco dopo tarocco, sul tavolo della taverna. Maogni volta che si chinano sulle carte la loro storiasi legge in un altro modo, subisce correzioni, va-rianti, risente degli umori della giornata e del cor-so dei pensieri, oscilla tra due poli: il tutto e ilnulla.- Il mondo non esiste, – Faust conclude quandoil pendolo raggiunge l’altro estremo, – non c’è untutto dato tutto in una volta: c’è un numero finitod’elementi le cui combinazioni si moltiplicano amiliardi di miliardi, e di queste solo poche trovanouna forma e un senso e sîmpongono in mezzo aun pulviscolo senza senso e senza forma; come lesettantotto carte del mazzo di tarocchi nei cui ac-costamenti appaiono sequenze di storie che subitosi disfano.Mentre questa sarebbe la conclusione (sempreprovvisoria) di Parsifal: – Il nocciolo del mondo èvuoto, il principio di ciò che si muove nell’univer-so è lo spazio del niente, attorno all’assenza si co-struisce ciò che c’è, in fondo al gral c’è il tao, – eindica il rettangolo vuoto circondato dai tarocchi.Lî
RACCONTO RACCONTOD1 RE LEAR DI FAUST~ 1!RACCONTODI LADY MACBETHRACCONTO DEL LA GIGANTE S S ARACCONTO DEL BECCI-IINORACCONTO DELLO SCRITTOREAnch’io cerco di dire la miaApro la bocca, cerco ci’artico1are parola, rnugolo,sarebbe il momento di dire la mia, E chiaro che Iecarte di questi due sono pure quelle defla mia sto-ria, la storia che m’ha portato fin qui, una serie dibrutti incontri che forse é solo una serie d’incontrimancati.Per cominciare devo richiamare Pattenzionesulla carta detta del Re di Bastoni, in cui si vedeseduto un personaggio che se nessun alrro lo recla-ma potrei bene essere io: tanto piiz che regge unarnese puntuto con la puma in gifi, come io sto fa-cendo in questo momento, e difatti questo arnesca guardario bcne sorniglia a uno stilo 0 calamo 0matita ben temperata 0 penna a sfera, e se apparedi grandezza sproporzionata saré per significareFimportanza che il detto atnese scrittorio ha nel-Fesistenza del derto personaggio sedentario. Perquel che so, é proprio il filo nero che esce da quel-la puma di scettro da poche lire la strada che m’haportato fin qui, e non E escluso dunque che Re diBaxtoni sia Pappellativo che mi spetta, e in tal casoil termine Bastoni vada inteso nel senso delle asteche fanno i bambini a scuola, primo balbettio dichi prova a comunicare tracciando dei segni, 0 nelsenso di Iegni di pioppo da cui s’impasta la biancacellulosa e se ne sfogliano risme di pagine pronteper essere {e ancora i significati s’inc1-ociano) ver-gat€.Il Due di Denari anche per me é un segno discambio, di quello scambio che é in ogni segno,
94 La taverna dei destini incrociatidal primo ghirigoro tracciato in modo da distin-guersi dagli altri ghirigori del primo scrivente, ilsegno di scrittura imparentato con gli scambi d’al-tra roba, non per niente inventato dai fenici, coin-volto nella circolazione del circolante come le mo-nete d’oro, la lettera che non va presa alla lettera,la lettera che trasvaluta i valori che senza letteranon valgono niente, la lettera sempre pronta a cre-scere su se stessa e a ornarsi dei fiori del sublime,vedila qui istoriata e fiorita sulla sua superficie si-gnificante, la lettera elemento primo delle BelleLettere, pur sempre avvolgendo nelle sue spire si-gnificanti il circolante del significato, la letteraEsse che serpeggia per significare che è lì pronta asignificare significati, il segno significante che hala forma di un Esse perché i suoi significati pren-dano forma di esse pure loro.E tutte quelle coppe non sono altro che calamaiprosciugati aspettando che nel buio delfinchiostrovengano a galla i demoni le potenze infere i babaugli inni alla notte i fiori del male i cuori della tene-bra, oppure vi plani Pangelo melanconico che di-stilla gli umori dell’anima e travasa stati di graziae epifanie. Invece niente. Il Fante di Coppe mi ri-trae mentre mi chino a scrutare dentro Finvolucrodi me stesso; e non ho l’aria soddisfatta: ho un belscuotere e spremere, Yanima è un calamaio asciut-to. Quale Diavolo vorrà prenderla in pagamentoper assicurarmi la riuscita dell’opera?Il Diavolo dovrebb’essere la cîrta che nel miomestiere s’incontra più sovente: a materia primadello scrivere non è tutto un risalire alla superficiedi grinfie pelose, azzannamenti cagneschi, cornatecaprine, violenze impedite che annaspano nelbuio? Ma la cosa può essere vista in due modi: chequesto brulicare demoniaco all’interno delle perso-ne singole e plurali, nelle cose fatte o credute diAnch’io cerco di dire la mia 95fare, e nelle parole dette o credute di dire, sia unmodo di fare e di dire che non sta bene, e conven-ga ricacciare tutto giù, oppure sia invece ciò chepiù conta e visto che c’è sia consigliabile farlo ve-nir fuori; due modi di vedere la cosa poi a lorovolta variamente mescolati, perché potrebb’essereche il negativo per esempio sia negativo ma neces-sario perché senza di quello il positivo non è posi-tivo, oppure che non sia negativo affatto mentre ilsolo negativo caso mai è quello che si crede posi-tivo.In questo caso all’uorno che scrive non resta cheun modello impareggiabile cui tendere: il Marche-se tanto diabolico da esser detto divino, che haspinto la parola a esplorare i confini neri del pen-sabile. (E la storia che dovremo cercare di leggerein questi tarocchi sarà quella di due sorelle che po-trebbero essere la Regina di Coppe e la Regina diSpade, una angelica e l’altra perversa. Nel conven-to dove la prima ha preso il velo, appena lei si vol-ta un Eremita la butta sotto e approfitta delle suegrazie alle sue spalle; a lei che se ne lagna, la ba-dessa o Papessa dice: « Tu non conosci il mondo,Giustina: il potere del Denaro e della Spada godesoprattutto a rendere cose gli altri esseri umani; lavarietà dei piaceri non ha limiti, come le combina-zioni dei riflessi condizionati; tutto sta a deciderechi condiziona i riflessi. Tua sorella Giulietta puòiniziarti ai promiscui segreti deIPAmOre; da lei po-trai imparare che c’è chi gode a far girare la Ruotadei supplizi e chi a stare Appeso per i piedi).Tutto questo è come un sogno che la parola por-ta in sé e che passando attraverso chi scrive si li-bera e lo libera. Nella scrittura ciò che parla è ilrepresso. E allora Il Papa dalla barba bianca po-trebbe essere il gran pastore d’anirne e interpretedi sogni Sigismondo di Vindobona, e per averne
96 La taverna dei destini incrociaticonferma non c’è che verificare se da qualche par-te del quadrato dei tarocchi si riesce a leggere lastoria che, a quanto insegna la sua dottrina, si na-sconde nelfordito di tutte le storie. (Si prenda ungiovane, Fante di Denari, che vuole allontanare dasé una nera profezia: parricidio e nozze con la pro-pria madre. Lo si faccia partire alla ventura su unCarro riccamente addobbato. I.l Due di Bastoni se-gnala un crocicchio sulla polverosa strada maestra,anzi: è il crocicchio, e chi c’è stato può riconosce-re il posto in cui la strada che viene da Corinto in-crocia quella che va a Tebe. L’Asso di Bastoni te-stimonia una rissa da strada, anzi da trivio, quan-do due carri non vogliono darsi il passo e restanocoi mozzi delle ruote incastrati e i conducenti sal-tano a terra imbestialiti e polverosi, sbraitandoappunto come carrettieri, insultandosi, dando delmaiale e della vacca al padre e alla madre dell’al-tro, e se uno tira fuori dalla tasca un’arma da ta-glio è facile che ci scappi il morto. Difatti qui c’èl’Asso di Spade, c’è Il Matto, c’è La Morte: è lo sco-nosciuto, quello proveniente da Tebe, che è rima-sto in terra, così impara a controllare i suoi nervi,tu Edipo non l’ha.i fatto apposta, lo sappiamo, èstato un raptus, ma intanto ti ci eri buttato addos-so a mano armata come se non avessi aspettato al-tro per tutta la tua vita. Tra le carte che vengonodopo c’è la Ruota della Fortuna o Sfinge, c’è l’in-gresso in Tebe come un Imperatore trionfante, c’èle Coppe del banchetto di nozze con la regina Gio-casta che vediamo qui ritratta come Regina di De-nari, in panni vedovili, donna desiderabile benchématura. Ma la profezia si compie: la peste infestaTebe, una nuvola di bacilli cala sulla città, inondadi miasmi le vie e le case, i corpi danno fuori bub-boni rossi e blu e cascano stecchiti per le strade,lambendo l’acqua delle pozzanghere fangose conAncb ‘io cerco di dire la mia 97le labbra secche. In questi casi non c’è che ricorre-re alla Sibilla Delfica, che spieghi quali leggi o ta-bù sono stati violati: la vecchia con la tiara e il li-bro aperto, etichettata con lo strano epiteto di Pa-pessa, è lei. Se si vuole, neLFarcano detto del Giu-dizio o dell’Angelo si può riconoscere la scena pri-maria a cui rimanda la dottrina sigismondiana deisogni: il tenero angioletto che si sveglia nottetem-po e tra le nuvole del sonno vede i grandi che nonsi sa cosa stanno facendo, tutti nudi e in posizioniincomprensibili, mamma e papà e altri invitati.Nel sogno parla il fato. Non ci resta che prender-ne atto. Edipo, che non ne sapeva niente, si strap-pa il lume degli occhi: letteralmente il tarocco del-PEremita lo presenta mentre si toglie dagli occhiun lume, e prende la via di Colono col mantello eil bastone del pellegrino).Di tutto questo la scrittura avverte come l’ora-colo e purifica come la tragedia. Insomma, non c’èda farsene un problema. La scrittura insomma haun sottosuolo che appartiene alla specie, o almenoalla civiltà, o almeno a certe categorie di reddito.E io? E quel tanto o quel poco di squisitamentemio personale che credevo di metterci? Se Fombrad’un autore posso evocare ad accompagnare i mieipassi diffidenti nei territori del destino individua-le, dell’io, del (come ora dicono) «vissuto», do-vrebbe essere queÌla delFEgotista di Grenoble, delprovinciale alla conquista del mondo, che una vol-ta leggevo come se aspettassi da lui la storia chedovevo scrivere (o vivere: c’era una confusione trai due verbi, in lui, o nel me di allora). Quale diqueste carte mi indicherebbe, se rispondesse anco-ra al mio appello? Le carte del romanzo che nonho scritto, con Lfflmore e tutta Fenergia che met-te in moto e le trepidazionì e gli imbrogli, Il Carrotrionfante delfambizione, Il Mondo che ti viene1%,” o ì-sàrumvfli ‘ i‘?1;‘; ‘iii2..I
98 La tavema dei destini incrociatiincontro, la bellezza promessa di felicità? Ma quiio vedo solo stampi di scene che si ripetono ugua-li, il tran-tran della carretta di tutti i giorni, la bel-lezza come la fotografano i rotocalchi. Era questala ricetta che aspettavo da lui? (Per il romanzo eper qualcosa oscuramente imparentata col roman-zo: «la vita»?) Cos’è che teneva insieme tuttoquesto e se n’è andato?Scarta un tarocco, scarta l’altro, mi ritrovorconpoche carte in mano. Il Cavaliere di Spade, I/Ere-mita, Il Bagatto sono sempre io come di volta involta mi sono immaginato cl’essere mentre conti-nuo a star seduto menando la penna su e giù per ilfoglio. Per sentieri d’inchiostro {allontana al ga-loppo lo slancio guerriero della giovinezza, l’ansiaesistenziale, Fenergia dell’avventura spesi in unacarneficina di cancellature e fogli appallottolati. Enella carta che segue mi ritrovo nei panni d’unvecchio monaco, segregato da anni nella sua cella,topo di biblioteca che perlustra a lume di lanternauna sapienza dimenticata tra le note a piè di pagi-na e i rimandi degli indici analitici. Forse è arriva-to il momento cl’ammettere che il tarocco numerouno è il solo che rappresenta onestamente quelloche sono riuscito a essere: un giocoliere o illusioni-sta che dispone sul suo banco da fiera un certonumero di figure e spostandole, connettendole escambiandole ottiene un certo numero d’effetti.Il gioco di prestigio che consiste nel mettere deitarocchi in fila e farne uscire delle storie, potreifarlo anche coi quadri dei musei: mettere peresempio un San Girolamo al posto delH-Èremita,un San Giorgio al posto del Cavaliere di Spade evedere cosa viene. Sono, vedi il caso, tra i soggettidella pittura che più mi hanno attratto. Nei museimi fermo sempre volentieri davanti ai sangirolami.Artcbìo cerco di dire la mia 99I pittori rappresentano l’eremita come uno studio-so che consulta trattati all’aria aperta, seduto al-Îimboccatura d’una grotta. Poco più in la è accuc-ciato un leone, domestico, tranquillo. Perché illeone? La parola scritta ammansisce le passioni? Osottomette le forze della natura? O trova un’armo-nia con la disumanità delfuniverso? O cova unaviolenza trattenuta ma sempre pronta ad avven-tarsi, a sbranare? Lo si spieghi come si vuole, èpiaciuto ai pittori che San Girolamo abbia con séun leone (prendendo per buona la storiella dellaspina nella zampa, grazie al solito qui pro quod’un copista), e cosi a me dà soddisfazione e sicu-rezza vederli insieme, cercare di riconoscermici,non specialmente nel santo e nemmeno nel leone(che del resto spesso s’assomigliano) ma nei dueinsieme, nellînsieme, nel quadro, figure oggettipaesaggio.Nel paesaggio gli oggetti del leggere e dello scri-vere si posano tra le rocce le erbe le lucertole, di-ventano prodotti e strumenti della continuità mi-nerale-vegetale-animale. Tra le suppellettili delleremita c’è anche un teschio: la parola scritta tienesempre presente la cancellatura della persona cheha scritto o di quella che leggerà. La natura inarti-colata ingloba nel suo discorso il discorso umano.Ma si noti che non siamo nel deserto, nellagiungla, neil’isola di Robinson; la città è lì a duepassi. I quadri degli eremiti, quasi sempre, hannouna città sullo sfondo. Una stampa di Durer è oc-cupata tutta dalla città, bassa piramide intagliatada torri quadrate e tetti aguzzi; il santo, appiattitosu un dosso in primo piano, le volta le spalle, enon stacca gli occhi dal libro, di sotto al cappucciomonacale. Nella puntasecca di Rembrandt la cittàalta sovrasta il leone che gira il muso intorno, e ilsanto in basso, che legge beato, all’ombra d’un no-
100 La taverna dei destini incrociatice, sotto un cappello a larghe tese. Alla sera glieremiti vedono accendersi le luci alle finestre, ilvento porta a ondate la musica delle feste. in unquarto d’ora, volessero, sarebbero di ritorno tra lagente. La forza delYeremita si misura non daquanto lontano è andato a stare, ma dalla poca di-stanza che gli basta per staccarsi dalla città, senzamai perderla di vista.Oppure il solitario scrittore è raffigurato nelsuo studio, dove un San Girolamo, se non fosseper il leone, si confonde facilmente con un San-t’Agostino: il mestiere dello scrivere uniforma levite individuali, un uomo allo scrittoio assomigliaa ogni altro uomo allo scrittoio. Ma non solo illeone, altri animali visitano la solitudine dello stu-dioso, discreti messaggeri del fuori: un pavone (inAntonello da Messina, a Londra), un lupacchiotto(in Diirer, altra incisione), un cagnolino maltese(in Carpaccio, a Venezia).In questi quadri d’interno, ciò che conta è comeun certo numero d’oggetti ben distinti si dispon-gono in un certo spazio, e lasciano scorrere la lucee il tempo sulla loro superficie: volumi rilegati, ro-toli di pergamena, clessidre, astrolabi, conchiglie,la sfera appesa al soffitto che mostra come ruota-no i cieli (al suo posto, in Diirer, c’è una zucca}.La figura del Sangirolamo-Santagostino può starseduta nel bel mezzo della tela, come in Antonel-lo, ma sappiamo che il ritratto congloba il catalogodegli oggetti, e lo spazio della stanza riproduce lospazio della mente, Fideale enciclopedico delfin-telletto, il suo ordine, le sue classificazioni, la suacalma.O la sua inquietitudine: Sant’Agostino, in Bot-ticelli (agli Uffizi), comincia a innervosirsi, appal-lottola fogli dopo fogli e li butta per terra sotto iltavolo. Anche nello studio dove regna la serenitàAncb ‘io cerco di dire la mia 101assorta, la concentrazione, l’agio (sto sempre guar-dando il Carpaccio) passa una corrente d’a.lta ten-sione: i libri lasciati in giro aperti voltano le pagi-ne da soli, oscilla 1a sfera appesa, la luce dalla fine-stra entra obliqua, il cane leva il muso. Dentro lospazio interiore cova un annuncio di terremoto:Parmoniosa geometria intellettuale sfiora al limitePossessione paranoica. Oppure sono i boati delfuori che fanno tremare le finestre? Come solo lacittà dà un senso all’ispido paesaggio dell’eremita,così lo studio, col suo silenzio e il suo ordine, nonè altro che il luogo dove si registrano le oscillazio-ni dei sismografi.Da anni ormai sto qui rinchiuso, rimuginandomille ragioni per non mettere il naso fuori, e nontrovandone una che mi metta l’anima in pace.Forse mi viene da rimpiangere modi più estroversid’esprimere me stesso? C’è stato pure un tempo incui girando nei musei mi fermavo a confrontare ea interrogare i sangiorgi e i loro draghi. I quadri diSan Giorgio hanno questa virtù: fanno capire cheil pittore era contento d’avere da dipingere unSan Giorgio. Perché San Giorgio lo si dipinge sen-za crederci troppo, credendo solo alla pittura enon al tema? Della condizione instabile di SanGiorgio (come santo di leggenda, troppo simile alPerseo del mito; come eroe del mito, troppo simileal fratello minore della fiaba] sembra che i pittorisiano sempre stati consapevoli, così da guardarlosempre un po’ con l’occhio «primitivo». Ma, nellostesso tempo, credendoci: nel modo che hanno ipittori e gli scrittori di credere a una storia che èpassata per tante forme, e per il fatto di dipingerlae ridipingerla, di scriverla e riscriverla, se non eravera lo diventa.Anche nei quadri dei pittori, San Giorgio hasempre una faccia impersonale, non diversamente
102 La taverna dei destini incrociatidal Cavaliere di Spade delle carte, e la sua lotta coldrago è una figura su uno stemma inchiodata fuoridal tempo, sia che lo si veda al galoppo a lancia inresta, come in Carpaccio, caricare dalla sua metadella tela il drago che s’avventa nell’altra metà, edarci dentro con un’espressione concentrata, a te-sta bassa, da ciclista (intorno, nei dettagli, c’è uncalendario di cadaveri le cui fasi di decomposizio-ne ricompongono lo svolgersi temporale del rac-conto), sia che cavallo e drago si sovrapponganocome in un monogramma, come nel Raffaello delLouvre, e San Giorgio lavori di lancia dalfalto albasso nella gola del mostro, operando con angelicachirurgia, (qui il resto del racconto si condensa inuna lancia spezzata in terra e in una vergine blan-damente sbìgottita); oppure, che nella sequenza:principessa, drago, San Giorgio, la bestia (un di-nosauro!) si presenti come l’elemento centrale(Paolo Uccello, a Londra e Parigi) o invece SanGiorgio separi il drago là in fondo dalla principes-sa in primo piano (Tintoretto, a Londra).In ogni caso San Giorgio compie la sua impresadavanti ai nostri occhi, sempre chiuso nella suacorazza, senza rivelarci nulla di sé: la psicologianon fa per l’uomo d’azìone. Caso mai potremmodire che la psicologia è tutta dalla parte del drago,coi suoi rabbiosi contorcimenti: il nemico il mo-stro il vinto hanno un pathos che Peroe vincitorenon si sogna d’avere (o si guarda bene dal mostra-re). Di qui a dire che il drago è la psicologia, ilpasso è breve: anzi, è la psiche, è il fondo oscurodi se stesso che San Giorgio affronta, un nemicoche già ha fatto strazio di molti giovani e giovinet-te, un nemico interno che diventa oggetto diestraneità esecranda. la storia d’un’energiaproiettata nel mondo o il diario d’una introver-sione?o» l’11’

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Anch’io cerco di dire la mia 103Altri dipinti rappresentano la fase successiva, (ildrago steso al suolo è una macchia sul terreno, uninvolucro sgonfio) e vi si celebra la riconciliazionecon la natura, che cresce alberi e rocce a occuparetutto il quadro, relegando in un angolo le figurinedel guerriero e del mostro (Altdorfer, a Monaco;Giorgione, a Londra); oppure è la festa della so-cietà rigenerata, intorno all’eroe e’ alla principessa(Pisanello, a Verona, e Carpaccio nelle tele se-guenti del ciclo, agli Schiavoni). (sottinteso pate-tico: l’eroe essendo un santo non vi saranno nozzema battesimo). San Giorgio conduce al guinzaglioil drago nella piazza per metterlo a morte in unapubblica cerimonia. Ma in tutta questa festa dellacittà liberata dalfincubo, non c’è nessuno che sor-rida: tutti i volti sono gravi. Suonano le trombe ei tamburi, è un’esecuzione capitale che siamo ve-nuti ad assistere, la spada di San Giorgio è sospesain aria, stiamo tutti col fiato sospeso, sul punto dicomprendere che il drago non è solo il nemico, ildiverso, l’altro, ma siamo noi, è una parte di noistessi che dobbiamo giudicare.Lungo le pareti degli Schiavoni, a Venezia, lestorie di San Giorgio e di San Girolamo continua-no 1’una di seguito alPaltra come fossero una sto-ria sola. E forse sono davvero una sola storia, lavita d’uno stesso uomo, giovinezza maturità vec-chiaia e morte. Non ho che da trovare la tracciache unisca Fimpresa cavalleresca alla conquistadella saggezza. Ma se proprio adesso adesso eroriuscito a rovesciare il San Girolamo verso il fuorie il San Giorgio verso il dentro?Riflettiamo. A ben guardare, Felemento comu-ne delle due storie è nel rapporto con un animaleferoce, drago nemico o leone amico. Il drago in-combe sulla città, il leone sulla solitudine. Possia-mo considerarlo un solo animale: la bestia feroce
104 La taverna dei destini incrociatiche incontriamo tanto fuori quanto dentro di noi,in pubblico e in privato. (Îè un modo colpevole diabitare la città: accettare lecondizioni della bestiaferoce dandogli in pasto ‘i nostri figli. C’è un mo-do colpevole d’abitare la solitudine: credersi tran»quillo perché la bestia feroce è resa inoffensiva dauna spina nella zampa. L’eroe della storia è coluiche nella città punta la lancia nella gola del drago,e nella solitudine tiene con sé il leone nel pienodelle sue forze, accettandolo come custode e geniodomestico, ma senza nascondersi la sua natura dibelva.Dunque sono riuscito a concludere, posso rite-nermi soddisfatto. Ma non sarò stato troppo edifi-cante? Rileggo. Strappo tutto? Vediamo, ia primacosa da dire è che quella del Sangiorgio-Sangirola-mo non è una storia con un prima e un dopo: sia-mo al centro d’una stanza con figure che si offro-no alla vista tutte insieme. Il personaggio in que-stione o riesce a essere il guerriero e il savio inogni cosa che fa e pensa, o non sarà nessuno, e lastessa belva è nello stesso tempo drago nemiconella carneficina quotidiana della città e leone cu-stode nello spazio dei pensieri: e non si lasciafronteggiare se non nelle due forme insieme.Così ho messo tutto a posto. Sulla pagina, alme-no. Dentro di me tutto resta come prima.Tre storie di follia e distruzioneOra che abbiamo visto questi pezzi di cartone bi-sunti diventare museo di quadri di maestri, teatrodi tragedia, biblioteca di poemi e di romanzi, il ri-muginare muto di parole terra terra che per teneredietro alle figure arcane delle carte era obbligato asollevarsi via via, potrà provare a volare più alto,a sbatacchiare ali di parole più pennute, magariorecchiate da un loggione, quando al loro risuona-re le quinte tarlate d’un palcoscenico scricchiolan-te si trasformano in regge e campi di battaglia.Difatti i tre che si mettevano a litigare adesso lofacevano con gesti solenni come declamassero, ese puntavano tutti e tre un dito sulla stessa carta,con l’altra mano e con smorfie evocatrici s’adopra-vano per significare che quelle figure erano da in-tendere così e non cosà. Ecco che ora nella carta ilcui nome varia a seconda degli usi e degli idiomi:Tome, Casa di Dio, Casa del Diavolo, un giovaneche porta la spada – si direbbe – per grattarsi latesta sotto la fluente capigliatura bionda – e ades-so bianca -, riconosce gli spalti del castello d’Elsi-nore quando il buio deÎla notte è attraversato daufiapparizione che tramortisce di terrore le senti-nelle: Favanzare maestoso d’uno spettro somi-gliante nella barba brizzolata e nelYelmo e corazzasplendenti tanto alflmperatore dei tarocchi quantoal defunto re di Danimarca ritornato a chiedereGiustizia. In tale interrogabile forma le carte siprestano alle mute domande del giovane: – Perchéle pesanti fauci del tuo sepolcro si sono riaperte e_ xl-( l; r,‘ ì. ii f 01…‘. 0 g’ a=
I06 I4 tavema dei destini incmciatiil tuo cadavere torna a indossare indumenti d’ac-ciaio e rivisita il nostro mondo sublunare orripi-lando i raggi della Luna?Lo interrompe una dama dallo sguai-do esagita-to pretendendo di riconoscere in quella stessa Tor-re il castello di Dunsinane quando si scatenera Iavendetta che Ie streghe hanno oscuramente an-nunciato: la foresta di Bixnam si muovera risalen-do le pendici della collina, schiere e schiere d’al-beri verranno avanti sulle radici arrancate fuoridella tetra, protendendo i rami come nel Dieci diBastoni alI’assalto della fortezza, e Pusurpatoreapprendera che Macduff, nato da un taglio di spa-da é colui che con on taglio di Spada gli tagliera Iatesta. E cosi come trova un senso la sinistra con-giunzione di carter Papessa 0 fatrucchiera profe-tante, Luna o notte in cui tre volte miagola i1 gat-to tigrato e grugnisce i1 porcospino, e scorpionirospi vipere si lasciano acchiappare per il brodo,Ruota 0 rimestio del gorgogliame calderone in cuisi disfano mummie di maliarda, fiele di capra, pe-lo di pipistrello, cervclla di feto, trippe di puzzo-la, code di scimmie scacazzanti, allo stesso modo isegni piii insensati che le streghe impastano nelloro intruglio un senso che li confermi presto 0tardi finiscono per trovarlo anche loro e ti ridu<:o-no, te e la ma logica, in poltiglia.Ma su1I’Axcano della Torre e del Fulmine puntaanche il dito tremante d’un vegliardo, che neLl’a.l-tra rnano solleva la figura del Re dz’ Coppe, certoper farsi riconoscere, dato che nessuno degli attri-buti regali resta sufla sua persona derelitta: nullaal mondo gli hanno lasciato le sue due figlie sna-turate (questo sernbra dire indicando due ritratticli crudeli dame coronate e poi ii paesaggio squaJli-do della Luna) e adesso gli si vuoie usurpare an-che questa carta, la prova di come egli E stato cac-Tre storie di follia e distruzione 107ciato dalla sua reggia, rovesciato fuori dalle muracome un bidone d’immondizia, abbandonato allafuria degli elementi. Ora egli abitava Ia bufera ela pioggia e Ll vento come se altra casa non potas-se avere, come se non fosse ammissibile che ilmondo ancora contenesse altro che grandine etuoni e tempesta, e cosi come la sua mente ormaialbergava solo vento e fulmini e follia. – Soffiate,venti, fino a creparvi Ie guance! Cateratte, uraga-ni, traboccate a sornmergere i carnpanili, ad anne-gare i galli marcavento! Lampi sulfurei, piii rapididel pensiero, staffette del fulmine che spacca Iequerce, strinate i rniei capelli bianchi! E tu tuono,scuoti la sfera del mondo, schiaccia Io spessote delglobe in uno spiattellato planisfeto, rompi glistampi della natura, sparpaglia i cromosomi cheperpetuano l’ing1-ata essenza del genere umanol -Questo uragano di pensieri leggiarno negii occhidel vecchio sovrano seduto in mezzo a noi, le cur-ve spalle rincantucciate non piil nel manto d’er-mellino ma in un saio da Eremita, come se ancorastesse vagando a lume di Ianterna per la landasenza riparo, col Matto per unico sostegno e spec-chio della sua follia.Invece, per il giovane di prime Il Matte altronon é che la parte clfegli stesso s’é imposto, permeglio studiare un piano di vendetta e nascondere1’ar1imo sconvolto dalla rivelazione delle colpc del-la maclre Gertrude e dello zio. Se la sua e nevrosi,in ogni nevrosi c’é del rnetodo e in ogni metodo,nevrosi. (Ben lo sappiamo noi inchiodati a questogioco di tarocchi). Era la storia dei rapporti tra igiovani e i vecchi che ci veniva a raccontare, Am-letoz pifi si sente fragile di fronte a.lI’autorit2a deglianziani, piii la giovinezza e spinta a farsi un’ideadi sé estrema ed assoluta, e pifi resta dorninatadal1’incombere dei fantasmi parentali. Non mino-I
re turbamento provocano i giovani negli anziani:incombono come fantasmi, s’aggirano a testa bas-sa, masticando rancori, riportando a galla i rimor-si che gli anziani avevano seppellito, disprezzandociò che gli anziani credono aver di meglio: l’espe-rienza. Dunque faccia il matto, Amleto, con lecalze ciondoloni e un libro aperto sotto il naso: leetà di passaggio vanno soggette a disturbi dellamente. Del resto sua madre l’ha sorpreso (L’Amo-roso!) a delirare per Ofelia: la diagnosi è prestofatta, chiamiamola follia d’amore così tutto sispiega. Chi ci andrà di mezzo caso mai sarà Ofe-lia, povero angelo: l’Arcano che la Contrassegna èLa Temperanza e già prevede la sua fine acquatica.Ecco Il Bagatto annuncia che una compagnia disaltimbanchi o attori girovaghi è arrivata a darspettacolo a corte: è un’occasione per mettere irei di fronte alle loro colpe. Il dramma rappresen-ta urflmperatrice adultera e assassina: vi si ricono-sce Gertrude? Claudio scappa turbato. Da questomomento Amleto sa che lo zio lo spia da dietro letende: basterebbe un buon colpo di Spada controun drappeggio che si muove e il re cadrebbe stec-chito. Un topo! Un topo! Scommetto che lo sten-do morto! Macché: là nascosto non c’era il re ma(come rivela la carta detta Lîremita) il vecchioPolonio, inchiodato per sempre nel.l’atto di ori-gliare, povero spione che poca luce seppe fare.Nessun colpo ti riesce, Amleto: non hai placatoPombra di tuo padre e hai resa orfana la fanciullache amavi. Alle astratte speculazioni della menteti destinava il tuo carattere: non per nulla il Fantedi Denari ti ritrae assorto nella contemplazioned’un disegno circolare: forse il mandala, diagram-ma d‘un’armonia ultraterrena.Anche la nostra meno contemplativa convitata,altrimenti detta Regina di Spade o Lady Macbeth,Tre storie di follia e distruzione 109alla vista della carta delYEremita sembra sconvol-ta: forse vi vede una nuova apparizione spettrale,l’ombra incappucciata di Banquo morto sgozzatoche avanza a stento per i corridoi del castello, sisiede non invitato al posto d’onore del banchetto,sgocciola i cernecchi insanguinati nella minestra.Oppure vi riconosce suo marito in persona, Mac-beth che ha ucciso il sonno: a lume di lanternanottetempo visita le stanze degli ospiti, esitantecome una zanzara cui dispiace di macchiare le fe-dere. – Mani di sangue e cuore pallido! « lo aizzae istiga la moglie, ma ciò non significa che lei siatanto peggio di lui: si sono divisi le parti da buonisposi, il matrimonio è Fincontro di due egoismiche si stritolano a vicenda e da cui si propagano lecrepe nelle fondamenta del consorzio civile, i pila-stri del bene pubblico si reggono sui gusci di vipe-ra della barbarie privata.Eppure abbiamo visto che nelYEremita ben piùverosimilmente Re Lear ha riconosciuto se stessoche ramingo e matto va in cerca cielfangelica Cor-delia (ecco, La Temperanza è un’altra carta perdu-ta, e per sola sua colpa, questa), la figlia da lui in-compresa e ingiustamente scacciata per dar rettaalla mendace perfidia di Regana e Gonerilla. Conle figlie, qualsiasi cosa faccia un padre, sbaglia:autoritari o permissivi che siano, ai genitori nes-suno dirà mai grazie: le generazioni si guardanotorve, si parlano solo per non capirsi, per darsi avicenda la colpa di crescere infelici e di morire de-lusi.Dov’è finita, Cordelìa? Forse senza più asilo népanni per coprirsi s’è rifugiata in queste lande de-serte, e beve l’acqua dei fossi, e come a MariaEgiziaca gli uccelli le portano chicchi di miglioper nutrirsi. Questo può dunque essere il sensodelPArcano La Stella, in cui Lady Macbeth inveceE
110 la taverna dei destini incrociatiriconosce se stessa sonnambula che s’alza di nottesenza vesti e a occhi chiusi contempla macchie disangue sulle sue mani e s’affanna in inutili lavacri.Ci vuol altro! Uodore del sangue non va via; perdetergere quelle piccole mani non bastano tutti iprofumi deIPArabia.A una tale interpretazione s’oppone Anlletoche nel suo racconto è arrivato al punto in cui(PArcano Il Mondo) Ofelia esce di senno, cinguet-ta nonsensi e filastrocche, vaga per i prati cinta dighirlande – ranuncoli, ortiche, margheritine, equei fiori dalla forma allungata cui i pastori sboc-cati danno un nome grossolano ma che le nostrepudiche fanciulle chiamano membro di defunto -e per continuare la storia ha bisogno proprio diquella carta, delfArcano Numero Diciassette, incui si vede Ofelia sulla riva d’un ruscelio, protesasulla corrente vitrea e mucillaginosa che tra unistante Paffogherà tingendo di verde muffa i suoicapelli.Nascosto tra le tombe del cimitero, Amletopensa alla Morte sollevando il teschio smascellatodi Yorick il buffone. (E questo, allora, l’oggettotondeggiante che il Fante di Denari regge in ma-no!) Dove Il Matto di professione è morto, la fol-iia di distruzione che trovava in lui sfogo e spec-chio secondo codici rituali, si mescola al linguag-gio e agli atti dei principi e dei sudditi, indifesianche verso se stessi. Amleto già sa che per tuttodove mette mano accumula malestri: credono chelui non sia capace d’uccidere? Ma se è la sola cosache gli riesce! Il guaio è che colpisce sempre ber-sagli sbagliati: quando si ammazza, si ammazzasempre qualcun altro.Due Spade s’incrociano in un duello: sembranouguali ma una è aguzza e Faltra ottusa, l’una è av-velenata e l’altra asettica. Comunque vada sonoTre storie di follia e distruzione 1 1 1sempre i giovani a scannarsi per primi, Laerte eAmleto che una miglior sorte avrebbe visto cogna-ti e non vittima e carnefice a vicenda. Nella Cop-pa re Claudio ha gettato una perla che è una pa-stiglia di veleno per il nipote: no, Gertrude, nonbere! Ma la regina ha sete: troppo tardi! Troppotardi la spada d’Amleto trafigge il re, sta già fi-nendo il quinto atto.Per tutt’e tre le tragedie Pavanzare del Carro diguerra d’un re vincitore segna il calare del sipario.Fortebraccio di Norvegia sbarca sulla pallida isoladel Baltico, la reggia è silenziosa, il condottieroentra tra i marmi: ma è un obitorio! ecco stecchi-ta tutta quanta la famiglia reale di Danimarca. OMarte altera e snob! Per invitarli a quale festa digala nelle tue spelonche senza uscita hai fatto fuo-ri tanti altolocati personaggi in un colpo solo, sfo-gliando Yalmanacco di Gotha con la tua falce-ta-gliacarte?No, non è Fortebraccio: è il re di Francia sposoa Cordelia che ha attraversato la Manica in soc-corso a Lear, e stringe da vicino Farinata del Ba-stardo di Gloucester, conteso tra le due regine ri-vali e perverse, ma non farà in tempo a liberaredalla gabbia il re folle e la figlia, chiusi _1ì a canta-re come uccelli e a ridere alle farfalle. E la primavolta che un po’ di pace regna in famiglia: baste-rebbe che il sicario ritardasse qualche minuto. In-vece arriva puntuale, strozza Cordelia ed è stroz-zato da Lear che grida: – Perché mai un cavallo,un cane, un topo hanno la vita e Cordelia non re-spira? – e a Kent, al fedele Kent, non resta altroaugurio da fargli che: – Spèzzati, cuore, ti scon-giuro, spezzati.A meno che si tratti del re non di Norvegia enon di Francia ma di Scozia, il legittimo erede deltrono usurpato da Macbeth, ed il suo carro avanzia.
112alla testa dellìsercito inglese, e finalmente Mac-beth sia costretto a dire: – Sono stanco che Il Soleresti in cielo, non vedo Fora che si sfasci la sintas-si del Mondo, che si mescolino le carte del gioco, ifogii delYin-folio, i frantumi di specchio del disa-stro.La taverna dei destini incrociati


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